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“Allah Akbar”, la preghiera prima di impiccarsi – Il garante Anastasia: “Aveva paura di morire”

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Viterbo – “Allah Akbar”. Era graffito con un pezzo di plastica rossa del secchio sul muro della cella d’isolamento di Mammagialla dove Hassan Sharaf si è impiccato nel primo pomeriggio del 23 luglio 2018. Poco prima aveva usato lo stesso pezzo di plastica rossa del secchio per tagliarsi a sangue gli avambracci davanti alla penitenziaria. Ma secondo il garante, aveva paura di morire e non era tipo da togliersi la vita. 


Mammagialla - Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo

Mammagialla – Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia


Ieri in tribunale, per parlare della tragica fine del 21enne egiziano, è intervenuto anche il garante dei detenuti Stefano Anastasia. “Pochi mesi prima aveva detto ai miei collaboratori di essere stato picchiato, mostrando loro i segni delle botte e aggiungendo di avere paura di morire. Chiesi che Sharaf venisse attenzionato e mi fu assicurato che sarebbe stato fatto”. 

“Allah Akbar”, una frase che mette paura. Invece era paura di morire. Niente più che l’ultimo anelito religioso del 21enne egiziano, morto dopo una settimana di agonia all’ospedale Santa Rosa di Viterbo, secondo gli investigatori. “Non perché fosse radicalizzato, perché abbiamo indagato e non lo era sicuramente, ma semmai una sorta di preghiera prima di togliersi la vita”, è stato spiegato ieri dagli operatori di polizia giudiziaria che hanno investigato sulla tragedia.

È entrata nel vivo così, ieri, la prima udienza fiume del processo davanti al giudice Daniela Rispoli al poliziotto e al medico accusati di concorso in omicidio colposo. Imputati l’agente responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e la dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili, difesi da Giuliano Migliorati e Fausto Barili. Presente per la pubblica accusa, come sempre, il procuratore generale Tonino Di Bona. Tra i testimoni, per l’appunto, il garante per i detenuti del Lazio, il 60enne romano Stefano Anastasia. 


Stefano Anastasia - Garante dei detenuti del Lazio

Stefano Anastasia – Garante dei detenuti del Lazio


La dottoressa lo ha dichiarato idoneo all’isolamento, l’agente non lo ha affidato all’infermeria. “Sharaf ha cominciato ad agitarsi perché voleva le sigarette”, è emerso. Un movente apparentemente banale, sfociato nella porta blindo sbattuta in faccia al 21enne, spioncino compreso. “Gli agenti lo hanno chiuso dentro alle 14,18 e lo hanno trovato impiccato all’ispezione delle 14,45. Senza controllo per quasi mezzora, nonostante nei video lo si veda spenzolare le braccia sanguinanti oltre le sbarre della cella, invece di chiamare i sanitari, se non altro per fargli vedere le ferite”, è stato detto.

Il 21enne egiziano, giunto in Italia da minorenne col barcone, al Nicandro Izzo era stato trasferito il 7 giugno 2017 dal carcere romano di Regina Coeli, dove era stato aggredito dal compagno di cella. Il 23 luglio 2018 era scattata per lui la sanzione disciplinare di 15 giorni d’isolamento, perché il precedente 20 marzo aveva opposto resistenza – secondo la penitenziaria, facendosi male – alla perquisizione della sua cella, dove erano stati trovati un telefono e medicinali proibiti,

“Il 20 marzo, Sharaf e il compagno di stanza hanno parlato coi miei collaboratori lamentando maltrattamenti durante la perquisizione, mostrando loro i segni che il 21enne egiziano aveva sul corpo di una riferita aggressione da parte di terze persone, che gli avevano procurato anche una lesione al timpano. A loro disse che aveva paura di stare a Mammagialla, ‘temo di morire’. Non manifestando alcun intendimento suicidario”, ha spiegato Anastasia.

“Voleva essere trasferito, ma non era possibile. Io allora ho informato chi di dovere, avendo ampie rassicurazioni a tutti i livelli che il detenuto sarebbe stato comunque attenzionato in maniera particolare, a garanzia della sua incolumità. Poi, in seguito ad altre problematiche, a fine maggio venni in visita a Viterbo, mentre l’8 giugno scrissi al procuratore capo Paolo Auriemma e al direttore Pierpaolo D’Andria. Ad Auriemma scrissi anche dopo il fatto, per dirgli che conoscevo il caso e che era uno dei casi segnalati nell’esposto di giugno, coi dati anagrafici del detenuto. Al direttore chiesi perché fosse a Mammagialla per un reato commesso da minorenne”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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