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Viterbo – (sil.co.) – “Tu chi sei per dire che io vendo droga? Non è vero”, e giù botte da orbi. Ne è scaturito un processo che si è concluso ieri nell’aula di corte di assise del tribunale di Viterbo in videoconferenza.
È successo attorno alle sei e mezza del pomeriggio del 16 agosto 2020 nei pressi della stalla di mucche di un casale sulla Martana, dove un pastore indiano e sua moglie sono stati presi a sprangate e sediate davanti al datore di lavoro italiano da un quartetto composto da tre connazionali e un pakistano.
Un casale sulla Martana presso il quale tre indiani di 49, 47 e 29 anni e un pakistano di 29 anni avrebbero messo a segno, partendo in auto da Viterbo, una vera e propria spedizione punitiva ai danni del pastore, che sarebbe stato picchiato selvaggiamente con una spranga di ferro e preso a sediate per una decina di minuti, così come, secondo l’accusa, avrebbe preso le botte la moglie, una connazionale, intervenuta in suo soccorso.
Tra gli aggressori padre e figlio, oggi di 49 e 29 anni, che il giorno prima, a Ferragosto, si apprestavano a festeggiare con una cena il 24esimo compleanno del giovane il quale, all’uscita del negozio dove era andato a fare la spesa, sarebbe stato schiaffeggiato dalla vittima, che secondo gli imputati l’avrebbe anche accusato di essere uno spacciatore. Il giorno dopo la spedizione sulla Martana, che invece che con un chiarimento si è conclusa con un pestaggio.
Il quartetto è finito a processo per lesioni aggravate e percosse in concorso davanti al giudice Jacopo Rocchi che ieri, al termine della discussione, che si è svolta in videoconferenza in quanto uno degli imputati detenuto per altra causa. li ha condannati a quattro mesi di reclusione ciascuno, con sospensione condizionale della pena e non menzione per tutti tranne uno, cui è stato invece revocato il medesimo beneficio, che gli era stato concesso nel 2020 dal tribunale di Vicenza.
L’accusa aveva chiesto sei mesi di reclusione ciascuno per le lesioni aggravate al marito e le percosse alla moglie, reato quest’ultimo dal quale gli imputati sono stati assolti con formula piena. A suo tempo finirono tutti al pronto soccorso dell’ospedale Santa Rosa di Viterbo, mentre delle successive indagini si occupò la polizia coordinata dalla pm Chiara Capezzuto.
Al pastore indiano, preso a sprangate e sediate, che si è costituito parte civile con la moglie, chiedendo un risarcimento di 40mila euro e una provvisionale di 10mila, è stata riconosciuta una provvisionale di 1500 euro e un risarcimento dei danni da quantificare in sede civile.
Gli imputati erano difesi dall’avvocato Luigi Mancini, le presunte vittime invece dalla collega Elena Fabi, entrambi del foro di Viterbo.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
