Viterbo – Quella di santa Rosa è una vicenda straordinaria, ma anche paradossale. Ufficialmente non è stata ancora canonizzata come santa, eppure lo è nel lessico e nella pratica ecclesiastica, oltre che nel cuore di tutti i fedeli: patrona della città di Viterbo e patrona di diversi ordini e associazioni, tra cui l’ordine Francescano Secolare femminile, la Gioventù Femminile di Azione Cattolica (GF) e la Gioventù Francescana (Gi.Fra), protettrice delle ragazze e dei fiorai, a lei si riconoscono azioni miracolose che hanno dato vita a un processo di canonizzazione avviato fin dalla metà del XIII secolo.
Il corpo di santa Rosa
Oggi il suo culto è quanto mai solido: venerata anche oltreoceano (in Messico soprattutto), a suo nome sono intitolati numerosi enti, associazioni e istituzioni – dal Centro Studi Santa Rosa da Viterbo all’ex ospedale di Viterbo, dal santuario in cui è conservato il suo corpo al Sodalizio dei Facchini di santa Rosa -, per non parlare delle celebrazioni della macchina a spalla a lei dedicata, patrimonio immateriale dell’Unesco, che rappresenta un fenomeno ritualistico che coinvolge ogni anno migliaia di persone, mettendo in campo religione, cultura, storia, politica, arte, architettura, turismo ecc.
Ciò che più colpisce è l’attualità di questa giovane santa medievale, la sua capacità di “parlare” e far sentire la sua presenza in un mondo in cui la spiritualità sembra essere passata in secondo piano. E allora: è possibile capire come stanno le cose sul suo processo di canonizzazione?
Alessandro Gerundino
Quali dovrebbero essere le procedure per uscire da questa impasse? Ed esistono casi simili a quelli di Rosa che si sono conclusi in modo positivo? Qualche chiarimento lo può dare Alessandro Gerundino, esperto di agiografia e di vita dei santi, che da dieci anni lavora a fianco di diversi postulatori, professionisti che, nel diritto canonico, trattano una causa di beatificazione e canonizzazione presso il tribunale competente.
Viterbo – Il corpo di santa Rosa
Gerundino, dopo una laurea magistrale in giurisprudenza, ha perfezionato i suoi studi al corso di archivistica presso la Scuola Vaticana, alla scuola biennale di archivistica, paleografia e diplomatica presso l’Archivio di Stato di Firenze e allo Studium della congregazione delle Cause dei Santi, oggi dicastero, presso la Pontificia Università Urbaniana.
In cosa consiste esattamente il suo lavoro? E in che modo riguarda tecnicamente l’iter di canonizzazione di un santo?
“La mia attività lavorativa – dice Gerundino – consiste nella stesura di una positio, vale a dire l’incartamento o dossier relativo alla causa di beatificazione e canonizzazione di un servo o di una serva di Dio. La positio può essere super vita, virtutibus et fama sanctitatis se il servo di Dio era un confessore delle fede – laico, laica, sacerdote, religioso o religiosa – e si era distinto nella pratica delle virtù teologali (fede, speranza e carità) e cardinali (prudenza, fortezza, giustizia e temperanza) esercitandole in grado eroico, vale a dire in maniera eccezionale rispetto ad un buon cristiano.
Se, invece, il servo di Dio fosse morto violentemente per volontà di un persecutore che aveva in odio la sua fede o una virtù legata alla fede – come accadde a santa Maria Goretti, uccisa perché voleva custodire la sua verginità – in quel caso si parlerà di martire e la positio sarà super vita, martyrio et fama sanctitatis.
Nel caso in cui si dovesse indagare su un miracolo, esaminandone l’elemento scientifico (ad esempio, l’inspiegabilità di una guarigione) e l’elemento teologico (l’unicità dell’intercessione, cioè il fatto che la persona miracolata o i suoi cari hanno chiesto aiuto allo stesso servo di Dio) si scriverà una positio super miro.
Per semplificare, nei primi due tipi di positiones si ricostruisce la vita tramite la stesura di una biografia basata su documenti raccolti durante l’inchiesta diocesana e vengono presentati l’esercizio eroico delle virtù o del martirio – a seconda dei casi – in una sezione apposita chiamata informatio, e la fama di santità, l’opinione diffusa tra il popolo di Dio che la persona è santa e può aiutare chi si rivolge a lei nella preghiera”.
Viterbo – Il corpo di santa Rosa
Cosa si intende per “santo” nell’ambito della Chiesa cattolica?
“La santità può essere intesa in due modi. Dal punto di vista teologico quando il romano pontefice inserisce una persona nel canone dei santi – ecco perché si parla di canonizzazione – afferma che questa persona è in Paradiso e che, essendo in grazia di Dio, ci si può rivolgere a lei nella preghiera e si può prendere ad esempio la sua condotta di vita, imitandola, in particolare l’esercizio delle virtù.
Dal punto di vista liturgico il santo è colui o colei che ha culto pubblico ecclesiastico, consistente in missa et officium. Ciò significa che nel giorno in cui la Chiesa celebra la sua memoria, che di solito corrisponde a quello della morte, è prevista la celebrazione di una messa a lui dedicata e il suo ricordo nella liturgia delle ore, nota ai più come il breviario.
Non a caso dal 1588 fino alla metà del secolo scorso la Sacra Congregazione dei Riti si occupava delle cause di beatificazione e canonizzazione. Infatti, una volta che la persona era stata dichiarata santa, era necessario aggiornare la liturgia. In seguito con la riforma di Paolo VI del 1969 furono istituiti due dicasteri separati, ognuno con una competenza specifica: la congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti e la congregazione per le Cause dei santi”.
Quale è la differenza tra il titolo di “santo” e di “beato”?
“Tramite la beatificazione il santo padre concede un culto limitato a certi luoghi (ad esempio, la diocesi in cui ha vissuto e operato il servo di Dio) o a certe congregazioni religiose (come l’ordine dei Frati Minori, delle Clarisse, ecc.), ma non si pronuncia definitivamente sulla santità della persona. Invece, nel caso della canonizzazione, il pontefice afferma infallibilmente che la persona è in Paradiso e il suo culto è esteso a tutta la Chiesa.
Una volta terminata la causa, dopo il papa ha promulgato il decreto sulle virtù eroiche o sul martirio, il servo di Dio viene dichiarato venerabile. Per essere beato o santo occorrono dei miracoli ottenuti per sua intercessione, avvenuti dopo la sua morte e accertati tramite un apposito processo.
Nel caso del confessore della fede, deve esserci stato un miracolo dopo la morte perché diventi beato e uno dopo la beatificazione perché sia dichiarato santo. Il martire, invece, può essere canonizzato se viene accertato un solo miracolo avvenuto dopo la sua morte. Il trattamento è diverso perché il martire ha offerto la sua vita per Cristo, dando una grande testimonianza di fede, per cui dopo la promulgazione del decreto sul martirio si può chiedere direttamente la beatificazione”.
Viterbo – Papa Benedetto XVI davanti al corpo di santa Rosa
Quale è tecnicamente l’iter di un processo di canonizzazione?
“La procedura è lunga, ma sintetizzando posso dire che si divide in due fasi: la fase diocesana (detta eparchiale se si tratta delle Chiese Orientali) e la fase romana.
La prima fase vede la costituzione di un attore, colui che intende promuovere la causa, il quale nomina come suo rappresentante giuridico il postulatore, che potremmo paragonare all’avvocato in quanto ha l’incarico di rappresentare l’attore presso il dicastero e le autorità ecclesiastiche competenti.
Il postulatore presenta al vescovo competente per territorio – la competenza è della diocesi in cui è morto il servo di Dio, salvo eccezioni – il cosiddetto “supplice libello”, contenente un dettagliato profilo biografico del servo di Dio in cui si parla anche della fama di santità, gli scritti da lui pubblicati in vita, gli scritti su di lui – ad esempio biografie, opuscoli o articoli di giornale – e un elenco dei testimoni, persone che hanno conosciuto il servo di Dio e sarebbero disposte a deporre sotto giuramento.
Se il vescovo accetta, compie tutta una serie di atti formali, dopo i quali nomina un tribunale formato da tre membri, che dovrà interrogare i testimoni proposti dal postulatore ed eventualmente altri convocati d’ufficio e trascriverne le dichiarazioni. I testimoni si pronunceranno sulla vita, sulla fama di santità e, a seconda dei casi, sulle singole virtù o sul martirio.
Il vescovo nomina inoltre due teologi censori, i quali hanno il computo di esaminare gli scritti editi del servo di Dio per verificare che all’interno di essi non ci sia nulla di contrario alla fede o ai buoni costumi, e la Commissione storica, composta di solito da tre membri, che dovrà fare delle indagini negli archivi e nelle biblioteche per raccogliere tutti i documenti utili a ricostruire la biografia del servo di Dio.
Terminate le escussioni testimoniali, vengono presentati due voti – pareri scritti – dei teologi censori e la relazione della Commissione storica, che accompagna l’apparato documentario. Tutto il materiale viene raccolto in vari volumi rilegati, di cui si fanno due copie, chiamate transunto e copia pubblica, che vengono inviate a Roma tramite il portitore, una persona incaricata di consegnare i documenti in dicastero garantendo l’integrità degli stessi. La fase romana si svolge presso il dicastero delle Cause dei santi.
Viene nominato un postulatore appositamente per questa fase, che chiede l’apertura dei plichi, che sono le casse sigillate in cui sono stati portati gli atti processuali. Dopo l’apertura, il dicastero esamina gli atti e, se non riscontra problemi, concede il decreto di validità dell’inchiesta diocesana.
In seguito, il collaboratore esterno elabora la positio, compito di grande responsabilità perché rappresenta la sintesi e la conclusione di un lavoro che in alcuni casi può essere durato molti anni. La stesura avviene sotto la supervisione di un relatore interno al dicastero, che dovrà dare l’approvazione al lavoro prima di sottoporlo agli organi competenti.
Nel caso in cui la causa sia recente, nel senso che al momento in cui è iniziata erano vivi la maggior parte dei testimoni oculari – soggetti che hanno conosciuto personalmente il servo di Dio – la positio viene valutata dal congresso peculiare dei teologi, poi dal collegio dei cardinali e vescovi membri del dicastero e infine sottoposto al papa. Nel caso in cui la causa fosse antica, quando all’inizio dell’inchiesta erano morti tutti i testimoni oculari, prima dei due organi menzionati la positio verrà valutata dalla Consulta Storica, composta da periti in materia storica ed archivistica che dovranno verificare se la documentazione è affidabile e sufficiente per ricostruire la vita, provare le virtù o il martirio e la fama di santità.
Nel caso di un miracolo, prima dei teologi e dei cardinali e vescovi membri del dicastero, la positio viene vagliata da una consulta formata da medici – in caso di guarigione da una patologia – o da altri periti tecnici che possono pronunciarsi sul fatto oggetto dell’evento prodigioso (ad esempio, se una persona sopravvive su un’isola deserta per un anno pregando e nutrendosi solo di acqua, ci saranno dei chimici che esamineranno le caratteristiche di quell’acqua). L’ultima parola spetta comunque sempre al romano pontefice”.
A che stadio è il processo di canonizzazione di santa Rosa?
“Al momento non ho notizie precise sul processo di santa Rosa. So che un processo venne istruito nel Quattrocento e se ne conservano gli atti, ma non vi è mai stata una definitiva pronuncia papale. Attualmente non so a che punto sia la causa e neppure se vi sia una nuova causa in corso”.
Come mai, secondo lei, in base alla sua esperienza e alle informazioni che possiede, il processo di canonizzazione di santa Rosa si è bloccato?
“Come le dicevo, Rosa ha avuto un regolare processo. La fama di santità della giovane viterbese si diffuse rapidamente dopo la sua morte, tanto che nel novembre 1252 papa Innocenzo IV decise di promuovere il processo canonico.
Di questa prima inchiesta non restano tracce documentarie, il che fa pensare che non sia mai iniziata. Il 4 settembre 1258 papa Alessandro IV ordinò la traslazione delle spoglie mortali di Rosa dalla chiesa di Santa Maria in Poggio, dove erano rimaste per diciotto anni, al monastero di Santa Maria e forse vi assistette di persona, dal momento che si era trasferito da Roma a Viterbo, dove la corte papale risiederà fino al 1281.
Crescendo notevolmente la fama di santità, accompagnata della fama dei segni, nel 1456 papa Callisto III Borgia decise di riaprire il processo canonico, che fu celebrato tra il marzo e il luglio del 1457, in cui vennero coinvolti il cardinale Bessarione, Domenico Capranica, cardinale titolare di Santa Croce in Gerusalemme, e Prospero Colonna, i quali affidarono la conduzione dell’inchiesta a Giovanni, vescovo di Viterbo e Tuscania, e Nicolò, vescovo di Orte e Civita Castellana.
Il manoscritto originale autentico del processo è conservato presso il monastero di Santa Rosa e non all’Archivio Apostolico Vaticano; probabilmente non fu mai inviato a Roma. È certo che il processo non si concluse perché non c’è bolla di canonizzazione della serva di Dio”.
Cosa pensa riguardo al fatto che Rosa sia di fatto venerata come “santa” pur senza esserlo ufficialmente?
“Non mi sorprende, perché non è l’unico caso. Anzi, in passato accadeva spesso che tanti servi di Dio, pur non essendo canonizzati, avessero culto pubblico ecclesiastico. Per ricordare un po’ di storia delle procedure, nei primi secoli del cristianesimo la canonizzazione era di competenza dei vescovi.
Prima dell’editto di Milano del 313 d.C., con cui l’imperatore Costantino concesse ai cristiani di professare liberamente la propria religione, i credenti in Cristo erano perseguitati e spesso subivano il martirio. I martiri per il solo fatto di non aver abiurato la propria fede, dando la vita per essa, erano considerati santi.
Spesso dopo la morte le loro ossa venivano ritrovate e portate in un posto sicuro dove diventavano oggetto di culto. Questo è accaduto agli apostoli Pietro e Paolo, ad esempio, o a santi molto venerati come sant’Agata, sant’Agnese, san Lorenzo, santa Lucia. Nel 1234 vi fu una svolta fondamentale, perché papa Gregorio IX sancì che solo il romano pontefice poteva canonizzare, in quanto egli era pastore della Chiesa universale e il santo era venerato da tutta la comunità ecclesiale. Tuttavia, nonostante tutto, poteva accadere che il culto di una persona, uomo o donna che fosse, si diffondesse spontaneamente perché il popolo credeva nella sua santità e diceva di ricevere grazie per sua intercessione”.
Conosce altri casi simili a quelli di Rosa che si sono di recente sbloccati?
“Certamente. Rimanendo nell’ambito dell’ordine francescano, Angela da Foligno, morta il 4 gennaio 1309 e beatificata nel 1693, è stata canonizzata nel 2013. Oppure Angelo d’Acri, frate cappuccino calabrese morto nel 1739 e molto venerato, è stato canonizzato nel 2017, o ancora Maria Lorenza Longo, fondatrice dell’ospedale degli Incurabili a Napoli per i malati di sifilide e dell’ordine delle Clarisse Cappuccine, morta nel 1539, è stata canonizzata il 9 ottobre 2021”.
Quali sono i passi tecnicamente necessari per portare a compimento il processo? Più nello specifico, chi dovrebbe intervenire, quale meccanismo si dovrebbe avviare, quali sono le ipotetiche tempistiche?
“Come ho già detto, delle cause di qualunque tipo se ne occupa la diocesi e in seguito il dicastero delle Cause dei Santi. Bisognerebbe coinvolgere tutte le persone e gli enti interessati alla riapertura del processo.
Penso, in particolare, a tutte le associazioni laiche ed ecclesiastiche, alle confraternite impegnate nella promozione del culto della santa o nell’organizzazione della festa, al comune di Viterbo, dal momento che Rosa è particolarmente amata nella sua città, e al Centro Studi Santa Rosa, che da anni valorizza la santa dal punto di vista storico tramite ricerche, pubblicazioni, convegni e altre iniziative culturali.
Questi soggetti o alcuni di essi potrebbero costituirsi attori, nominare un postulatore che presenterà al vescovo un libello per la riapertura del processo. Se il vescovo accettasse, bisognerebbe seguire la procedura prevista per una causa antica, di cui ho parlato prima. Certamente sarà necessario elaborare una positio in cui dovranno essere illustrate la biografia e le virtù di Rosa con l’ausilio di un ampio e accurato apparato documentario, essendo morti tutti i testimoni oculari, e si dovrà dimostrare che la fama persiste ancora e che vi è culto pubblico ecclesiastico. Per la canonizzazione è necessario un miracolo, non necessariamente recente.
Può essere avvenuto anche subito dopo la morte della serva di Dio, ma deve essere dimostrabile con l’ausilio delle sole fonti documentarie. Le tempistiche non sono prevedibili, dipende dallo zelo della diocesi e dell’interesse degli attori. In parole povere – conclude Gerundino -, più si lavora e ci si impegna, prima si avrà la positio da sottoporre agli organi del dicastero”.
Giorgio Nisini




