Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Secondo le cronache del cardinale Jacopo Stefaneschi, dal Natale 1299 al 1° gennaio 1300 si diffuse tra la popolazione di Roma la convinzione che il Papa avrebbe concesso una nuova “perdonanza” in occasione dell’inizio del nuovo secolo.
Viterbo – Don Mario Brizi
Il primo giorno del 1300 la basilica di San Pietro era stracolma di gente ed un anonimo predicatore scaldò gli animi parlando del grande perdono. Ben presto la richiesta popolare giunse alle orecchie di Bonifacio VIII che risiedeva in Laterano e lo costrinse a prendere in considerazione l’opportunità di concedere un’indulgenza straordinaria.
Dopo aver consultato gli archivi e la curia il Pontefice proclamava il primo Giubileo della storia della cristianità. Era il 22 febbraio del 1300. La notizia della concessione straordinaria di indulgenze si diffuse rapidamente anche fuori Roma e una folla enorme di pellegrini cominciò ben presto ad affluire nella città eterna.
Quelli provenienti da nord percorrevano per la maggior parte la via Francigena che, soprattutto nel tratto laziale, corrispondeva in gran parte alla strada Cassia.
Tra i numerosi romei che in quell’anno attraversarono la Tuscia ci fu anche Dante Alighieri. La sua partecipazione al Giubileo non è documentata, ma per gli storici è quasi certa.
Le terzine del XVIII Canto dell’Inferno, che paragonano le file dei peccatori a quelle dei romei sul Ponte Sant’Angelo, sembrano descrivere una scena vista di persona dal poeta.
Nell’andare a Roma Dante Alighieri con molta probabilità fece tappa a Viterbo, città ricca di arte e di storia, che sollecitava la curiosità e la fantasia del poeta e dove numerosi conventi, monasteri e ospitali offrivano facilità di alloggio.
La sosta di Dante a Viterbo può essere avvalorata, se pur indirettamente, da numerose citazioni nella Divina Commedia che richiamano luoghi e avvenimenti della città dei Papi e dei dintorni.
L’Alighieri sembra conoscere bene l’episodio dell’uccisione di Enrico di Cornovaglia da parte di Guido di Monfort, avvenuta a Viterbo nella chiesa di San Silvestro il 13 marzo 1271 e ricordata dal sommo poeta nel XII Canto dell’Inferno.
Come anche il duplice richiamo al Bulicame, quello più generico del Canto XII e l’altro più specifico e dal sapore di testimonianza diretta del Canto XIV: “Quale del Bulicame esce ruscello/che parton poi tra lor le peccatrici/tal per la rena giù sen giva quello”.
E chissà se quando fa riferimento alle “anguille di Bolsena” (Purgatorio Canto XXIV) che costringono Martino IV ad espiare i peccati di gola, Dante non abbia in mente il ricordo di qualche appetitoso pranzetto gustato nell’attraversare la Tuscia!
Don Mario Brizi
