Viterbo – “Ho un dialogo con la comunità Lgbt, ogni persona ha il diritto di esprimere la qualità della propria vita”. Il vescovo Orazio Francesco Piazza.
“Ho avuto anche incontri personali di confronto – dice il vescovo -. Nel rispetto della persona e delle istanze di un cammino in cui la persona si realizza. Bisogna valorizzare una necessità che è diventata impellente”.
“Il tutto – prosegue Piazza – deve essere costruito su un dialogo fattivo e non sulla contrapposizione semplice”.
“È un bel dialogo – aggiunge il vescovo -. Ho incontrato il vicepresidente di TusciaPride Mirko Giuggiolini. Mi ha chiesto di parlare e ci siamo visti”.
Una rivoluzione a 360 gradi quella che il vescovo Orazio Francesco Piazza sta portando avanti a Viterbo e nella Tuscia da quando si è insediato in diocesi. Non solo, ma alla fine del Giubileo si andrà verso un sinodo locale. Un sinodo che avrà anche il compito di affrontare, come sottolinea il vescovo, “uno dei problemi più importanti del nostro territorio, cioè la chiusura autoreferenziale nel proprio contesto. Serve un cambiamento di mentalità importantissimo come segno di amore vero al territorio”.
Attenzione particolare anche al carcere, “i detenuti – spiega Piazza – non vanno assistiti solo all’interno dell’istituto penitenziario, ma anche fuori, cercando possibilità di realizzazione”, e al mondo del lavoro. “L’economia – dichiara Piazza – ha bisogno di una svolta radicale. Se il lavoro è la via di realizzazione della persona bisogna allora creare le condizioni affinché tutto ciò si possa esprimere pienamente: un giusto salario, tutela della sicurezza e un lavoratore si deve sentire parte dell’opera che compie”.
Orazio Francesco Piazza
Trasporto straordinario della Macchina di Santa Rosa nell’anno del Giubileo, sembra che lei sia stato piuttosto tiepido nei confronti della proposta. È così?
“Più che tiepido ho cercato di mettere in chiaro un punto nodale. In passato la straordinarietà del trasporto è stata legata alla significativa presenza del Pontefice, come nel 1984. In questo contesto giubilare, un contesto pieno di impegni per la chiesa e il santo padre, sarebbe stato fuori luogo chiedergli di venire a Viterbo. Ho poi spiegato che la straordinarietà andava messa in evidenza chiarendo la differenza tra transito al cielo della santa e trasporto del suo corpo da cui nasce la macchina. Il 6 di marzo è la festa del transito al cielo di santa Rosa. Una data che sigilla nella storia di Viterbo l’identità spirituale e sociale della nostra patrona. Un’identità che a sua volta dà forza al trasporto del corpo. Quest’anno, trasporteremo quindi il cuore della santa il 6 marzo e il suo corpo il 2 settembre, passaggi che saranno entrambi momenti significativi giubilari cui farà seguito il trasporto della macchina il 3 settembre. Un cammino importante. Senza la dimensione spirituale del transito, il trasporto diventerebbe soltanto un’espressione esterna. Sappiamo invece che nella coscienza dei facchini e dei viterbesi l’unità di sentimento è forte”.
Perché secondo lei, in passato, la data del 6 marzo è sempre passata sotto tono?
“Sicuramente perché si è concentrato tutto sul trasporto. Ma da due anni con i facchini ho cercato di sottolineare l’unità dei sentimenti che consiste nel sottolineare il fatto che il cuore nel giorno in cui è passato al cielo ha posto in evidenza la singolarità di Rosa. Per cui non può esserci la qualità del trasporto se non c’è la qualità del transito. Sottolineare l’importanza del 6 marzo, che sigilla nella città di Viterbo l’identità spirituale e sociale di Rosa, dà forza al senso all’espressione del trasporto del suo corpo. L’obiettivo è mettere insieme questi due elementi che qualificano la devozione del territorio a santa Rosa”.
Se lei dovesse darne una lettura laica, come presenterebbe Rosa?
“Sicuramente Rosa, nel valore del Vangelo vissuto nella sua radicali e con con la sua debolezza in quanto donna, giovane e povera in un contesto sociale dove erano altri i poteri forti, diventa un segnale importante di che cosa può significare la scelta di un valore come trasformazione della vita. In questo caso il valore della fede non è un valore intimistico ma un valore che trasforma la società ponendo in evidenza quello che deve essere modificato per qualificare al meglio la persona e la vita sociale. Rosa ha trasformato la società, ha dato visibilità ai poveri, alla città invisibile. Rosa ha fatto capire che la fede senza la vita e la concretezza dei gesti perde la sua efficacia. Per cui la laicità di Rosa sta nella capacità di portare a coscienza le dinamiche sociali al di là delle logiche di potere”.
Viterbo – La macchina di Santa Rosa Dies Natalis a piazza del Comune
Il processo di canonizzazione di Rosa non è stato portato a termine. Lei che ne pensa?
“Questa è una questione che riguarda direttamente il dicastero. Molti la vedono come un fatto formale, ma bisogna andare a vedere anche quello sostanziale. Santa Rosa è stata definita tale anche nel modo di esprimersi dei pontefici che sono venuti a Viterbo. Il processo di canonizzazione ha vissuto vari momenti che non si sono espletati in pienezza. Ora il completamento di quel procedimento non sta nelle nostre mani ma sta nella possibilità di andare a rivedere le varie zone d’ombra che si sono prodotte nell’arco dei secoli e valutare la possibilità di esplicitarle. Tuttavia, come ho già detto, nelle parole dei pontefici venuti in città, Santa Rosa è stata nominata come tale”.
Cosa manca al trasporto della macchina di Santa Rosa e cosa aggiungerebbe?
“Il trasporto è un’esperienza che sto vivendo dall’interno come un’esperienza straordinaria. Un’esperienza che addirittura può essere un indice di modello sociale, vale a dire la convergenza dell’unico sentire in ragione di una motivazione profonda per cui si fanno sacrifici e ci si impegna è tale che ci fa capire che un trasporto deve avere un retroterra di motivazioni spirituali, morali e sociali fortemente curate. Ecco perché il trasporto non può essere semplicemente un’azione meccanica. Portare a casa Rosa significa infatti portare a casa il suo valore spirituale, morale e sociale. E in questo il trasporto deve esprimersi sempre di più e sempre meglio. Credo che su quest’aspetto siamo sulla buona strada e quest’anno ci saranno anche dei segnali particolari”.
Ad esempio?
“Sicuramente lo specifico dell’incontro con i facchini che su questo saranno chiamati a misurarsi. Alle forze di sforzo fisiche vanno messe anche le forze di sforzo spirituali”.
E quando sono previste le prove di “sforzo spirituale”?
“Ci sarà un incontro preparatorio prima del trasporto del cuore del 6 marzo. Poi durante la Quaresima e immediatamente prima di settembre quando ci sarà un momento di riflessione condivisa in modo tale che i momenti del transito al cielo e del trasporto si congiungano, raccogliendo cuore e macchina”.
Quali sono le iniziative più importanti previste dalla diocesi per il Giubileo?
“C’è un calendario fittissimo. Un calendario costruito attraverso un lavoro di conciliazione con tutti gli organismi di curia e la consultazione delle foranie. Per il Giubileo non si esprime solo con la giornata del pellegrinaggio a Roma, ma ci sarà anche un pellegrinaggio giubilare che io stesso vivrò in tutto il territorio della diocesi, a partire da Viterbo. Tutte le manifestazioni saranno vissute in vista di una crescita spirituale, morale e di azione sociale. Per cui ci saranno incontri nelle varie foranie e a Viterbo. E ci saranno le chiese giubilari in cui si vivrà un cammino di trasformazione personale e di un’intera comunità. Ci saranno inoltre attività culturali mirate a sottolineare una chiave di lettura giubilare”.
Quale sarà invece il rapporto con le attività giubilari delle amministrazioni comunali che ricadono sul territorio della diocesi?
“Le attività che faranno poi i comuni vivranno dei momenti di contatto con noi, ma nella netta distinzione tra un’azione economica e promozionale del territorio e la crescita spirituale delle persone in favore di una rinnovata qualità sociale”.
La città di Viterbo è pronta per l’anno del Giubileo?
“Viterbo avrà un focus estremamente importante e particolare. Abbiamo condiviso con l’amministrazione dei momenti in cui l’azione civile e l’azione ecclesiale si congiungono nella comune azione giubilare”.
Ci può fare un esempio?
“Le manifestazioni che vedono la dimensione civica e quella ecclesiale, come il patto d’amore o la Madonna liberatrice, avranno valenza giubilare. Noi daremo particolare risalto a quella che è una manifestazione oltre che civile anche religiosa”.
Viterbo – Il vescovo Piazza dà il via al Giubileo 2025
Il Giubileo significa anche riconciliazione. Che spazio c’è per quest’ultima in un mondo in guerra?
“Questo è un tema delicatissimo. La guerra nel mondo è sintomo di perdita di equilibrio nella persona e nella società. Ritrovare la misura, innanzitutto in se stessi, di quello che è il rapporto di ciascuno con gli altri è una delle dinamiche fondamentali per comporre temi relativi alla pace. Quando non si riesce a superare i singoli punti di vista in favore del bene comune è evidente che gli elementi di disgregazione aumentano e l’amicizia sociale si riduce. Va valorizzato ciò che unisce riducendo sempre di più lo spazio d’ombra di tutto ciò che crea disgregazione. E questo a tutti i livelli, istituzionali, personali e in tutti i contesti di vita. L’effetto concreto del Giubileo va ricercato nella pacificazione sociale. La vita piena di una persona, come spiega bene Paul Ricoeur, non può realizzarsi se non con e per gli altri in istituzioni giuste, al servizio della comunità”.
Le istituzioni viterbesi sono al servizio della comunità?
“Fintanto che si tiene presente il focus del bene comune diventa più evidente l’elemento di giustizia di un’istituzione. Se al focus del bene comune si sostituiscono giochi di parte o si valorizzano solo le contrapposizioni diventa difficile creare le condizioni in cui la pacificazione sociale diventa un sentiero realizzabile. Nelle istituzioni viterbesi vedo un grande impegno in tal senso, ma chiedo che ognuna di esse mantenga ben fisso il focus della propria azione, il cui fine deve essere il bene comune e la tutela del contesto di vita”.
Tempo giubilare, tempo di riflessione e di ripensamento. Viste le trasformazioni profonde e strutturali che questa fase storica sta vivendo, non sarebbe opportuno per la chiesa, oltre al Giubileo, anche un nuovo concilio?
“La scelta effettuata in chiave pastorale e la fase in cui il Giubileo si cala rende necessaria la sensibilizzazione dei contesti territoriali come protagonisti di questo cambiamento. Vivremo l’itinerario giubilare proprio per alimentare questa consapevolezza e far crescere la corresponsabilità. Tutto questo si chiama sinodalità e il concilio è un sinodo. E il Giubileo va ad alimentare questo percorso. Un percorso che mette in evidenza uno dei problemi più importanti del nostro territorio, cioè la chiusura autoreferenziale nel proprio contesto. Se non si favorisce la collaborazione il nostro contesto imploderà in tante piccole situazioni locali. Il campanile identifica una comunità cinta da mura, ma se i campanili non si collegano le comunità, appunto, imploderanno, perché non hanno la possibilità di vivere. Serve un cambiamento di mentalità importantissimo come segno di amore vero al territorio”.
Alla fine del Giubileo si andrà quindi verso un sinodo locale?
“Sicuramente sì. Alla fine del Giubileo tireremo le fila di tutto il percorso fatto e da lì faremo nascere scelte che siano punti fermi per questo cambiamento di mentalità”.
Uno dei temi che lei ha sollevato in quest’ultimo anno è stato quello della cura. Quanto la città di Viterbo ha cura delle marginalità sociali?
“L’attenzione al bisogno e alle marginalità è fortemente sentita. Ci sono tantissime associazioni che si occupano dell’aver cura. vedo però un limite. Se la cura rimane un’azione autoreferenziale l’effetto sarà molto circoscritto. La necessità della corresponsabilità del prendersi cura è invece fondamentale. Solo così si raggiungono livelli più alti e capillari. Fondamentale però trovare nei giovani il ricambio di un’azione del prendersi cura come via di realizzazione della propria persona. Serve la linfa vitale dei giovani. Quindi da un lato è necessaria una rete di collaborazione per un’azione più strutturata che permette di allargare il campo di azione. Dall’altro la presenza dei giovani per dare continuità nel tempo”.
Su questo fronte, quello appunto del ricambio generazionale, quali sono le azioni che metterete in campo?
“Una prima iniziativa è la scuola di sensibilizzazione sociale e civile, la scuola Mario Fani, partita questo mese in collaborazione con l’unitis e altri soggetti del territorio. Una scuola che cercherà di dare ai giovani delle superiori e dell’università questo input particolare della sensibilità civile e sociale. C’è poi una proposta che dovremo discutere e che ho fatto al provveditore agli studi, alla provincia e alla prefettura. L’obiettivo è quello di chiedere ai ragazzi del quarto e quinto anno delle scuole superiori di poter vivere un periodo di esperienza concreta a servizio nelle associazioni solidali. Ad esempio, Croce rossa, servizio civile, Caritas e alle tante realtà che fanno toccare i bisogni concreti delle persone. Un’esperienza che deve diventare parte formativa del curriculum formativo di uno studente. per arrivare alla maturità attraverso una conoscenza concreta delle dinamiche sociali attraverso una presenza diretta”.
Viterbo – 2024, il TusciaPride sfila per le vie del centro storico
Più volte lei ha lanciato un appello alla comunità a “svegliarsi dal torpore per ritrovare la consapevolezza che ognuno è responsabile di tutto”, aggiungendo che “la bellezza di Viterbo non deve essere soltanto un progetto culturale ma anche di consapevolezza di ogni singolo cittadino”. Un richiamo che sembra porre alla città una vera e propria questione morale.
“È una questione morale legata a profili culturali dove relativismo e autorefenzialità fanno perdere di vista quelle che sono ‘le regole del vivere comune’. Per vivere nella dimensione della cittadinanza è fondamentale che ogni persona prenda consapevolezza della propria responsabilità. Non basta una stagione dei diritti, è fondamentale anche una stagione dei doveri. E questa è anche una questione morale”.
E, secondo lei, a Viterbo si sono perse di vista “le regole del vivere comune”?
“È evidente che i segnali di degrado sociale e aggressività personale aumentano. Segnali che sono espressione di un contesto culturale che caratterizza il nostro tempo. Un contesto in cui la società dell’indifferenza sta cedendo il passo alla società dell’insofferenza. Ed è fondamentale il recupero del valore morale della persona in relazione all’altro con cui realizza la propria vita. Da soli non si va da nessuna parte, anche se si fa uno spicchio di bene. Perché il piccolo bene che ciascuno di noi potrebbe fare non compone però il bene sociale. Il bene va vissuto nella relazionalità con gli altri, superando l’autoreferenzialità. I segnali di degrado sociale non devono alimentare il gridare all’incendio della città. Bisogna i secchi d’acqua per spegnere il fuoco”.
Qual è in tutto questo la responsabilità delle istituzioni politiche? E quanto, secondo lei, le istituzioni politiche del territorio sono insofferenti e autorefenziali?
“In una comunità è fondamentale che ci sia il dibattito. La ricchezza dei punti di vista è fondamentale per poter vedere la varietà dei risvolti rispetto a un problema. Tuttavia, se ci si ferma al dibattito e si perde di vista la soluzione del problema, allora abbiamo la negatività della politica. La politica è valore morale per il territorio. Le scelte politiche, anche se positive, se non mantengono il senso e le motivazioni per cui vengono fatte diventano inefficaci. Diventano una cattedrale nel deserto. Posso pure fare scelte significative, ma se queste non producono un bene fruibile, mantenendo vive le motivazioni di fondo, allora sono del tutto inutili. Le motivazioni, il perché e il per chi si compie qualcosa, decideranno il come compierla”.
La diocesi partecipa anche alla campagna promossa da Tusciaweb e da Italo Leali contro la Sla…
“Ho salutato con immenso piacere questo percorso. Perché si tratta di un focus che va a cogliere situazioni di vita personali e sociali su cui l’attenzione non deve calare mai. E reputo fondamentale che anche i mass media, che mantengono l’attenzione sul vissuto, non perdano mai di vista le nicchie del bisogno. Un bisogno su cui si deve attirare lo sguardo di una consapevolezza condivisa per andare ad alimentare gli strumento capaci di rispondere a quel bisogno. Un’opera che portiamo avanti anche nelle parrocchie e che ho sollecitato ulteriormente dopo questa azione di Tusciaweb. Per rispettare quel valore straordinario testimoniato da Leali: la vita ha la sua qualità sempre. Dipende dal soggetto che la interpreta. E Leali è un esempio di autenticità umana, anche nella malattia”.
La vita ha la sua qualità sempre, un impegno che lei sta portando avanti anche all’interno del carcere di Viterbo.
“Sì, è l’impegno che abbiamo come cappellania del carcere, affinché si consideri la condizione dei detenuti e delle loro famiglie non tanto come un mondo a parte ma come una parte del vissuto del territorio. Quella casa circondariale, chiusa da mura rigide, deve trovare una sensibilità per trovare condizioni diverse per coloro che uscendo da quelle mura devono trovare risposte nella vita”.
Come?
“Cominciando ad assisterli non solo all’interno del carcere, ma anche fuori, cercando possibilità di realizzazione”.
Tra i vari giubilei, c’è anche quello del lavoro. Quali sono le principali contraddizioni del territorio da questo punto di vista?
“Sono le contraddizioni che limitano un’economia che ha bisogno di una svolta radicale. Dobbiamo ritrovare un’economia dal volto umano e questo significa ridare al lavoro dignità e sicurezza. Le morti sul territorio sono tante. Se il lavoro è la via di realizzazione della persona bisogna allora creare le condizioni affinché tutto ciò si possa esprimere pienamente”.
E secondo lei quali sono le condizioni che vanno create?
“Un giusto salario, tutela della sicurezza e un lavoratore si deve sentire parte dell’opera che compie. E per sentirla sua il lavoro deve essere la via di realizzazione della sua dignità. Sul territorio della Tuscia ci sono limiti oggettivi sui quali ho visto tuttavia emergere il mondo sindacale con grande attenzione. Come ad esempio sui temi del caporalato in agricoltura oppure per quanto riguarda il lavoro nero o sottopagato e la sicurezza. Non solo, ma il territorio deve offrire ai giovani sentieri di speranza per poter restare. E tutte le istituzioni sono chiamate a riflettere e intervenire. Non basta aprire un supermercato per creare dei posti di lavoro. Bisogna fare un discorso organico. Abbiamo realtà che permettono di fare questo discorso. A partire dall’università degli studi, dai sindacati e da tutte quelle realtà che lavorano per il territorio. Ed è ovvio che il nostro territorio, che ha una valenza rurale più evidente, deve fare in modo che la cura dello stesso possa diventare in modo progettuale possibilità di futuro per tutti e per i giovani. Che non significa solo coltivare la terra ma saper rendere il prodotto della terra possibilità di economia, anche sociale”.
A che punto è il dialogo interreligioso?
“La dottrina sociale della chiesa chiarisce in modo evidente che non può esserci una fede se non incarnata nella vita. Ed è su questo aspetto che sta andando avanti il dialogo interreligioso. I problemi, le istanze, le sofferenze e le speranze del mondo sono le nostre stesse sofferenze e istanze. Il cittadino che ha fede vede congiunti questi bisogni nella sua persona. Un buon credente non può non essere un buon cittadino e un buon lavoratore. E un buon credente si occupa di questi tre ambiti: qualità delle relazioni, qualità del territorio e qualità dell’economia, un’economia solidale”.
Mirko Giuggiolini
A Viterbo c’è anche una forte comunità Lgbt che da qualche anno a questa parte si sta rendendo protagonista di grandi eventi e manifestazioni. Qual è il punto di vista della diocesi in merito al movimento che si sta sviluppando e radicando con forza sul territorio?
“Dire la diocesi è dire quasi in modo anonimo. Il vescovo ha un dialogo con la comunità Lgbt e ho avuto anche incontri personali di confronto. Nel rispetto della persona e delle istanze di un cammino in cui la persona si realizza. Bisogna valorizzare una necessità che è diventata impellente: ogni persona ha il diritto di esprimere la qualità della propria vita. Il tutto deve essere costruito su un dialogo fattivo e non sulla contrapposizione semplice”.
A che punto è il dialogo con la comunità Lgbt di Viterbo?
“È un bel dialogo. Ho incontrato il vicepresidente di TusciaPride Mirko Giuggiolini. Mi ha chiesto di parlare e ci siamo visti”.
Che ne pensa dell’intervento fatto sul muro dell’ex ospedale all’uscita degli ascensori del colle del Duomo?
“Ribadisco un principio. Il desiderio della bellezza di una comunità, soprattutto in un progetto culturale, deve valorizzare le sensibilità dei cittadini e deve responsabilizzare gli impegni delle istituzioni a tutti i livelli. Sicuramente emerge il bisogno di dare a Viterbo la bellezza che merita. Ognuno deve però rendersi conto che questa avviene nel rispetto delle responsabilità e nella collaborazione. Non entro nel merito specifico della questione, che non è mia competenza, ma leggo il bisogno di dare svolta alla bellezza. Tutti diciamo che voglio vedere la bellezza del centro storico, ma è ovvi che per produrla c’è bisogno di istituzioni e di cittadini responsabili. Mettere insieme questi due aspetti permetterà di trovare le vie opportune”.
Che ne pensa di come è tutelato e valorizzato il centro storico di Viterbo?
“Il centro storico di Viterbo deve e può trovare espressione di ulteriore bellezza. Sicuramente ha bisogno di una funzionalità diversa e se si svuota non la troverà. E nuova funzionalità non significa solo cura degli edifici ma anche cura della qualità della vita al suo interno. Affinché poi si faccia un buon servizio ai turisti che vengono è fondamentale che i cittadini Chee vivono il centro lo vivano in qualità. La prima cosa è l’accoglienza. Quindi la vivibilità del centro è importantissima. Altrettanto importante è inoltre l’abbattimento delle barriere architettoniche su cui anche io mi sto impegnando, come, ad esempio, l’accesso alla cattedrale oppure al salone papale. E spero di dare qualche risposta a breve”.
Una cosa su tutte che servirebbe a Viterbo per il suo rilancio complessivo.
“Può sembrare un risposta sognante, ma è questa: si anteponga la qualità della vita della città e dei cittadini ad ogni interesse di parte”.
Daniele Camilli




