Viterbo – (sil.co.) – Hanno fatto di tutto se non per difendere il figlio almeno per ridimensionare le denunce a causa delle quali un 34enne viterbese è in carcere da giugno dell’anno scorso ed è finito a processo davanti al collegio per maltrattamenti e estorsione ai danni dei genitori, che avrebbe picchiato per soldi, sottraendo loro con le cattive circa 15mila euro in dieci anni.
Polizia e carabinieri
Sono stati sentiti ieri in tribunale il padre e la madre del giovane viterbese salito agli onori della cronaca l’anno scorso col nomignolo di “pescatore” per avere picchiato l’allora convivente ventenne durante una battuta di pesca al lago e poi avere aggredito il padre e il fratello della vittima.
Proprio alla contrastata convivenza con la giovane, da cui è scaturito un altro processo, i genitori hanno imputato il precipitare della situazione. E alle difficoltà del figlio, difeso dagli avvocati Giovanni Labate e Francesca Bufalini, di trovarsi un lavoro stabile col solo diploma di terza media.
“A 16 anni già lavorava, ha fatto di tutto, il muratore, l’idraulico, il fornaio, l’imbianchino, ma sempre da precario, a volte nemmeno pagato”, hanno spiegato, dicendo di non avergli mai allungato più di 100-200 euro al mese, senza bisogno che li chiedesse, anche se col padre gli “scazzi” sarebbero stati frequenti.
La pm Paola Conti ha fatto notare al genitore che tra la fine di aprile e l’inizio di maggio dell’anno scorso ha querelato il figlio ben quattro volte, chiedendo aiuto sia alla polizia che ai carabinieri.
Gli ha anche rinfrescato la memoria mostrandogli le foto della sua macchina distrutta a bastonate e del suo volto tumefatto per un pugno preso nonché ricordandogli di essere stato preso per il collo. Il figlio gli avrebbe anche detto: “Ti spacco la faccia, se non mi dai i soldi”. Il padre sarebbe stato anche “costretto” ad allontanarsi da casa a causa delle condotte aggressive del 34enne, andando ospite da parenti.
Ciononostante, entrambi i genitori, lasciando l’aula dopo la testimonianza, hanno chiesto e ottenuto di poter abbracciare il figlio per qualche minuto, nella commozione generale.
I difensori, nel frattempo, hanno chiesto per il 34enne i domiciliari col braccialetto, al primo piano dell’abitazione di famiglia. “Il padre e la madre sono pronti a trasferirsi al pianoterra per evitare contatti, purché il figlio possa lasciare il carcere e tornare a casa”, hanno spiegato Bufalini e Labate.
La pm Conti ha dato parere favorevole ai domiciliari col braccialetto, “ma non in quella casa, sarebbe pericoloso”. Il collegio, rinviando il processo a giugno, si è riservato.
Viterbo – Paola Conti
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

