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Morte Hassan Sharaf, salta udienza straordinaria contro dottoressa e penitenziario

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Hassan Sharaf

Hassan Sharaf


Viterbo – Brusco stop del processo a una dottoressa e a un penitenziario del carcere Nicandro Izzo di Viterbo accusati di omicidio colposo in concorso per la morte di Hassan Sharaf, il 21enne egiziano che si impiccò in cella d’isolamento il 23 luglio 2018 per poi morire all’ospedale Santa Rosa il 30 luglio, dopo una settimana di agonia.

È saltata in seguito a un legittimo impedimento del giudice Daniela Rispoli l’udienza straordinaria che avrebbe dovuto tenersi mercoledì, mattina e pomeriggio, per proseguire con l’audizione dei testimoni dell’accusa. Il processo era entrato nel vivo lo scorso 26 febbraio, quando è stato ascoltato il garante per i detenuti del Lazio, Stefano Anastasia. 

“Pochi mesi prima del suicidio – ha spiegato in aula Anastasia – Hassan Sharaf aveva detto ai miei collaboratori di essere stato picchiato, mostrando loro i segni delle botte e aggiungendo di avere paura di morire. Chiesi che Sharaf venisse attenzionato e mi fu assicurato che sarebbe stato fatto”.


Stefano Anastasia - Garante dei detenuti del Lazio

Tribunale di Viterbo – Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio


Imputati l’agente responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e la dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili, difesi da Giuliano Migliorati e Fausto Barili. A rappresentare  la pubblica accusa, il procuratore generale Tonino Di Bona.

Il 21enne egiziano, giunto in Italia da minorenne col barcone, al Nicandro Izzo era stato trasferito il 7 giugno 2017 dal carcere romano di Regina Coeli, dove era stato aggredito dal compagno di cella. Il 23 luglio 2018 era scattata per lui la sanzione disciplinare di 15 giorni d’isolamento, perché il precedente 20 marzo aveva opposto resistenza – secondo la penitenziaria, facendosi male – alla perquisizione della sua cella, dove erano stati trovati un telefono e medicinali proibiti,

“Il 20 marzo, Sharaf e il compagno di stanza hanno parlato coi miei collaboratori lamentando maltrattamenti durante la perquisizione, mostrando loro i segni che il 21enne egiziano aveva sul corpo di una riferita aggressione da parte di terze persone, che gli avevano procurato anche una lesione al timpano. A loro disse che aveva paura di stare a Mammagialla, ‘temo di morire’. Non manifestando alcun intendimento suicidario”, ha spiegato Anastasia.

“Voleva essere trasferito, ma non era possibile. Io allora ho informato chi di dovere, avendo ampie rassicurazioni a tutti i livelli che il detenuto sarebbe stato comunque attenzionato in maniera particolare, a garanzia della sua incolumità. Poi, in seguito ad altre problematiche, a fine maggio venni in visita a Viterbo, mentre l’8 giugno scrissi al procuratore capo Paolo Auriemma e al direttore Pierpaolo D’Andria. Ad Auriemma scrissi anche dopo il fatto, per dirgli che conoscevo il caso e che era uno dei casi segnalati nell’esposto di giugno, coi dati anagrafici del detenuto. Al direttore chiesi perché fosse a Mammagialla per un reato commesso da minorenne”.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

 


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