Viterbo – (sil.co.) – Dopo la festa il padre minaccia di accoltellare la madre, il figlio chiama i carabinieri il giorno del suo decimo compleanno. La presunta vittima in lacrime: “Tenevo un diario sul telefono, perché temevo che mi avrebbe uccisa”.
Violenza sulle donne – foto di repertorio
Al via ieri davanti al collegio l’ennesimo processo scaturito da una convivenza sfociata in condotte violente da parte dell’uomo, almeno secondo la compagna di un quarantenne sudamericano, imputato di maltrattamenti in famiglia aggravati dall’averli messi in atto davanti ai tre figli minori della coppia.
A chiamare in soccorso i carabinieri sarebbe stato proprio uno dei bambini, a luglio dell’anno scorso, nel giorno del suo decimo compleanno.
“Dopo la festa il mio compagno, che era ubriaco, mi ha picchiato davanti a loro, come aveva già fatto la sera prima e come faceva sempre. Erano sei mesi che aveva preso a minacciarmi coi coltelli. Quel giorno mi ha presa a schiaffi, poi mi ha detto ‘ricorda che i coltelli stanno lì’. Allora mio figlio, che giocherella col cellulare del padre, ha chiamato i carabinieri, venuti col 118, che ha portato me e i bambini tutti all’ospedale di Viterbo. Dopo di che l’ho denunciato”.
“Una volta mi ha buttata per terra e puntato il coltello alla gola”, ha riferito la presunta vittima, che non si è costituita parte civile contro l’ex, tuttora sottoposto all’allontanamento dalla casa familiare e al divieto di avvicinamento col braccialetto alla parte offesa.
Durissimo il controesame della difesa che, insinuando che la gelosia e non i maltrattamenti potesse essere stata il movente della querela, ha fatto emergere come l’imputato avesse un’altra donna da cui aspettava un figlio.
“Lo sapevo, per questo gli avevo detto che dovevamo separarci, per il bene dei figli, ma lui pretendeva che me ne andassi io di casa”, ha replicato la parte offesa, che a un certo punto è scoppiata in lacrime, raccontando di come nel maggio precedente si fosse coperta il volto mentre lui la menava per paura che le facesse i lividi sulla faccia: “Non potevo permettermeli, perché dovevo accompagnare i figli a scuola”.
Il contro esame si è quindi concluso tra le molte proteste del pm Flavio Serracchiani per le modalità con cui è stato condotto e i singhiozzi della vittima, che alla fine, messa sotto pressione dalla difesa, ha rivelato: “Una cosa che non ho mai detto a nessuno, tenevo un diario segreto nel telefonino delle volte che lui mi picchiava, perché ero sicura che prima poi mi avrebbe uccisa, così si sarebbe saputo che cosa mi faceva”.
Il processo riprenderà in primavera per sentire ulteriori tre testimoni dell’accusa.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
