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Pizzini in carcere, arrestato cognato del boss di mafia turca

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Viterbo – (sil.co.) – “Voi non sapete quanto sono avanti io qui, io non cazzeggio neanche qui, lavoro anche da qui”. Nonostante l’arresto, il boss Baris Boyun avrebbe continuato a impartire ordini ai suoi affiliati tramite pizzini passati durante i colloqui in carcere, sfruttando un parente richiedente asilo, il cognato Efe Kantin, arrestato la settimana scorsa con l’accusa di essere il suo portavoce. Ora il boss si trova in regime di 41 bis, mentre le autorità continuano a smantellare la sua rete criminale. 


 


Era il 12 novembre 2024, sala colloqui di un carcere piemontese. L’orologio segna le 15.04, quando il boss e il 38enne si abbracciano calorosamente, poi quest’ultimo bacia il dorso della mano destra dell’altro e poggia la sua fronte sul polso della stessa mano. Un gesto di rispetto massimo, di deferenza. Tre minuti dopo sono entrambi seduti a un tavolo.

Il 38enne, la settimana scorsa, è finito in manette a Milano, su richiesta della sezione distrettuale antiterrorismo. Sarebbe stato bloccato nel centro di Milano, dove aveva appena mangiato una pizza in un ristorante vicino a piazza Duomo.

Secondo l’accusa sarebbe lui il braccio destro del boss curdo della mafia turca, arrestato a Bagnaia il 22 maggio dell’anno scorso nel blitz scattato in seguito alla ventina di ordinanze di custodia cautelare emesse dalla Dda di Milano nei confronti del 41enne e dei suoi presunti sodali. 

In carcere per l’appunto il cognato, che proprio a maggio dell’anno scorso sarebbe giunto in Italia a bordo di un Tir, parte di un gruppo di sodali che avrebbero dovuto proteggere il boss da eventuali attentati di gruppi rivali dopo l’attentato subito a Crotone e far fronte alle sue necessità economiche, organizzative e logistiche dopo l’arresto.


Mafia turca - Il boss Baris Boyun passa pizzini in carcere

Mafia turca – Il boss Baris Boyun passa pizzini in carcere


L’arrestato è accusato di associazione per delinquere transnazionale finalizzata a una lunga serie di reati tra cui traffico internazionale di armi e droga, riciclaggio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, falsificazione di documenti, omicidi e stragi.

L’operazione che ha portato al suo fermo è il risultato delle indagini della Sisco di Milano, della squadra mobile di Como e del servizio centrale operativo di Roma, che già a maggio dell’anno scorso avevano smantellato la vasta rete criminale con arresti in Italia, Svizzera, Bosnia e Olanda. 

Le precedenti indagini avevano rivelato come Batis Boyun – che a Bagnaia era agli arresti domiciliari per detenzione di armi – continuasse a dirigere l’organizzazione gestendo traffici illeciti e pianificando azioni violente in Europa, tra cui l’omicidio di un cittadino turco a Berlino il 10 marzo 2924 e un attentato fallito a una fabbrica di alluminio in Turchia tra il 19 e il 20 marzo, sventato grazie alla collaborazione tra la polizia italiana e le autorità turche, tramite Interpol. Il giorno successivo, il 21 marzo, il boss è stato trasferito ai domiciliari a Viterbo. 

Per Baris Boyun, di cui il ministro della giustizia Carlo Nordio ha parlato con le autorità turche in occasione della sua recente missione a Istanbul, è cominciato lo scorso 3 febbraio il processo in corte d’assise a Milano, mentre altri 13 imputati hanno scelto il rito abbreviato tra cui ill trentenne viterbese che gli avrebbe fatto da autista anche nel recupero di una partita di armi nelle Marche.

È ripreso nel frattempo ieri, in Turchia, nell’aula del tribunale dell’istituto penale chiuso di Marmara, il processo a 305 imputati, tra cui Baris Boyun, detenuto in Italia, sul cui capo pende una richiesta di estradizione.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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