Viterbo – È tornato in libertà dopo circa un anno di carcere l’infermiere di Tuscania che il 2 maggio 2013 aiutò una madre 24enne a disfarsi del feto di una bambina nata settimina il cui corpicino senza vita fu trovato dalla polizia in un cassonetto dei rifiuti al Salamaro nel pomeriggio, dopo il ricovero della donna in ospedale per una emorragia.
Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto – Nel riquadro la madre
La scorsa settimana, il tribunale di sorveglianza di Roma ha accolto l’istanza del difensore Samuele De Santis e, in virtù della condotta irreprensibile di Graziano Rappuoli, ha concesso l’affidamento in prova ai servizi sociali all’imputato, 65enne, condannato in via definitiva a 5 anni e sei mesi di reclusione in appello, dopo una condanna a 7 anni e tre mesi in primo grado. La madre, Elisaveta Alina Ambrus, oggi 36enne, è stata condannata in via definitiva a 5 anni di carcere.
L’accusa iniziale era di omicidio volontario e occultamento di cadavere in concorso. Poi è stato condannato per feticidio. “A fronte delle pressanti insistenze di lei – si legge nelle motivazioni – aveva, infine, deciso di procurarle il farmaco che conosceva come induttore del parto se assunto in dosi elevate. Aveva dunque redatto la falsa prescrizione e, il primo maggio 2013, le aveva consegnato 4 compresse di Cytotec da assumere oralmente o da inserire in vagina, assicurandole che avrebbero indotto il parto”.
Per convincerlo ad aiutarla ad abortire – la donna, già madre di un bambino nato appena nove mesi prima e affidato ai nonni in Romania per tornare a lavorare in Italia – avrebbe minacciato il suicidio. Dopo il parto, invece, mentre l’infermiere la accompagnava in auto al pronto soccorso in preda a un’emorragia, gli avrebbe chiesto mille euro per sparire, facendo ritorno al suo paese.
L’infermiere che non era il padre della piccina, ma frequentava il night club del Poggino dove la giovane lavorava come entreneuse, ignaro dell’avanzato stato di gravidanza, l’avrebbe aiutata a procurarsi la ricetta del farmaco “abortivo” utilizzato per produrre le contrazioni e il parto anticipato. Secondo l’accusa la bimba, che era perfettamente sana, se avesse avuto l’assistenza e le cure mediche adeguate, alla nascita, sarebbe sopravvissuta anche se prematura.
Dopo il ricovero la Ambrus cobfessò di avere espulso il feto da sola, nel water del bagno della casa dove abitava con una collega, in una traversa di via Cairoli, e di avere poi strappato ella stessa il cordone ombelicale, avvolgendo la minore in asciugamani occultato in una busta, pulendo per cancellare ogni traccia dell’infanticidio.
Solo le gravi perdite ematiche successivamente comparse l’hanno spinta a chiamare l’amico infermiere per farsi accompagnare in ospedale, portando con sé la busta, per disfarsene prima di giungere in ospedale, abbandonandola in un cassonetto della spazzatura.
Silvana Cortignani
