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Città del Vaticano – Si ritiene, in generale, che il Papa abbia poteri immensi, sia come capo della chiesa cattolica che come capo di Stato, disponendo di una delle diplomazie più capillari ed esperte al mondo.
La realtà è ben diversa e il pontificato di Bergoglio ce lo dimostra. In queste ore novelli teologici ed osservatori improvvisati cercano di spiegare il papato appena concluso, ma ci sono alcuni dati fattuali da cui partire. In primis, è bene ricordare -soprattutto a chi teorizza la diatriba tra cattolici conservatori e progressisti- che Francesco è stato eletto nel conclave del 2013, con cardinali nominati da Wojtyła e Ratzinger.
Le difficoltà incontrate da Bergoglio non possono essere nascoste. Il sinodo straordinario sull’Amazzonia (un unicum nella storia della chiesa) parlava dell’ordinazione sacerdotale di diaconi sposati, mettendo in discussione il celibato obbligatorio. Fu la chiesa africana, la più giovane e per certi versi la più aperta nel panorama della teologia contemporanea, la prima ad opporsi. Come si può completare un processo riformatore se chi rappresenta il 40% dei cattolici è contrario? Sia detto per inciso: a guidare la contestazione erano i cardinali Sarah e Ambongo Besungu, oggi indicati fra i papabili.
E che dire della chiesa tedesca, più volte sull’orlo di uno scisma teologico? Dopo la proposta del sinodo dei vescovi sulla famiglia di consentire ai divorziati risposati l’accesso ai sacramenti, i vescovi tedeschi spiegarono che “il cambiamento non sarebbe recepito dalla chiesa universale e metterebbe in questione l’unità ecclesiale”. La Congregazione per la dottrina della fede fece aperture sulle unioni omosessuali e la conferenza episcopale tedesca era sul punto di approvare un documento che recitava: “La chiesa non dispone, né può disporre, del potere di benedire unioni di persone dello stesso sesso”. Come dire, una sconfessione palese. La disputa si risolse solo grazie all’intervento del cardinale di Vienna, Schönborn, abilissimo mediatore. Già tra i papabili nel 2013, purtroppo non sarà in conclave avendo compiuto 80 anni a gennaio.
L’arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico negli Usa, scomunicato a luglio 2024, ancora oggi, dall’eremo viterbese tuona contro Francesco, con termini apocalittici: “La sua anima dovrà rendere conto dei crimini di cui si è macchiato, primo fra tutti l’aver usurpato il soglio di Pietro per distruggere la Chiesa cattolica”. Che sarebbero deliri, se non fossero amplificate da social e media in generale.
Da ultimo ma non per ultimo, come non ricordare l’impegno di Francesco contro la criminalità organizzata? L’annuncio che “i mafiosi sono scomunicati” sembrò una svolta epocale: la sanzione più grave contro la criminalità organizzata. Una dichiarazione rimasta sospesa. Francesco definiva la corruzione “un cancro, una bestemmia sociale”. Secondo don Luigi Ciotti, fondatore dell’associazione Libera contro la mafia “internamente al Vaticano c’è stato un freno”. Nessuna spiegazione ufficiale, solo silenzi. Chi conosce i meccanismi interni alla Santa Sede, racconta di una resistenza sotterranea, feroce e continua.
Nel Giorno della civetta, Sciascia faceva dire al capomafia don Mariano che “la chiesa è grande perché ognuno ci sta dentro a modo proprio”. Dopo le difficolta affrontate da Francesco, ci si augura che, anche a costo di diventare più piccola, la chiesa del futuro sappia essere coerente.
Thomas Moore
