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Accusato di stalking dalla vicina: “Minacce di morte pure se tiravo lo sciacquone”

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Viterbo – Secondo caso in pochi giorni di presunto stalking condominiale davanti al giudice Jacopo Rocchi del tribunale di Viterbo. Scenario lo stesso quartiere a due passi dal centro storico di Viterbo, imputati due vicini entrambi italiani e vittime due mamme entrambe con figli, per cui è stata loro contestata loro l’aggravante dell’avere commesso il fatto davanti a minori. Ma una delle parti offese ha rimesso la querela. 


Aggressione - Foto di repertorio

Aggressione – Foto di repertorio


Il primo presunto vicino terribile,  che nel 2024 sarebbe anche arrivato a defecare nel giardino della parte offesa, è stato assolto lo scorso 14 maggio dall’accusa di atti persecutori e condannato a due mesi per molestie. Il secondo imputato, un 43enne difeso dall’avvocato Paolo Labbate, è comparso mercoledì davanti allo stesso giudice per fatti del 2020.

“È venuto ad abitare sotto casa nostra nel 2019 , pareva un ragazzo tranquillo. Invece, nel giro di un mese ha cominciato a minacciare di morte me, il mio compagno e mio figlio di 9 anni, perché diceva che facevamo rumore. Ci perseguitava tutti i giorni, giorno e notte, prendeva a calci e pugni la porta, chiamava carabinieri e polizia”.

“Non voleva che tirassimo lo sciacquone del bagno e nemmeno che accendessimo la luce delle scale”, ha spiegato la donna, che però nel frattempo ha rimesso la querela “per paura di ritrovarmelo sotto casa, anche se non abita più lì”.

La situazione sarebbe degenerata dalla mattina del 6 dicembre 2019: “Erano le 8 e scendevo le scale con mio figlio per portarlo a scuola. Lui si è fatto sotto urlandoci contro ‘vi uccido e vi lascio sgozzati per le scale’ e ‘vi faccio scoppiare la casa in aria’. Avevo paura anche di camminare in casa mia, non sapevo fino a che punto potesse arrivare”.

L’imputato, dal canto suo, ha dato della bugiarda alla ex vicina. “Bussava sui pavimenti da mattina a sera, si sentivano rumori notte e giorno. Quando tornavo dal lavoro, non potevo riposare. È vero che ho alzato la voce, ma ce l’avevo con gli adulti, non avevo nulla contro il minore. Il figlio manco l’ho nominato, non era mia intenzione minacciare, avevo solo bisogno di riposare”.

Rimessa la querela, è rimasta la sola aggravante della presenza del minore, il quale secondo quanto emerso avrebbe però assistito direttamente, scoppiando a piangere, al solo episodio di dicembre. “Al si là di chi avesse ragione, le minacce erano rivolte a tutta la famiglia, il minore non è parte offesa dal reato”, ha sottolineato il pm chiedendo l’assoluzione, accordata dal giudice con la formula “perché il fatto non sussiste”.

Silvana Cortignani


Il precedente: Erba tagliata e feci umane in giardino ma non era stalking, vicino di casa condannato per molestie – Perseguitata dal vicino di casa: “Mi ha perfino fatto trovare feci umane nel giardino”


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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