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Viterbo – Da trentatré anni in isolamento, al regime di carcere duro, il boss Pino Rogoli oggi non invoca la libertà ma una visita medica. Dal penitenziario di Mammagialla, dove è detenuto dal 1992, il fondatore della Sacra corona unita scrive alla moglie: “Non ci sono novità nonostante i solleciti e la querela presentati dall’avvocatessa. Finora manco l’ombra. Se l’occhio è stato danneggiato per negligenza faremo ricorso a tutte le autorità competenti”.
L’intervento alla cataratta all’occhio destro risale al 2022, ma da allora – sostiene l’avvocata Federica Musso – nessuna visita di controllo è stata effettuata. Intanto la vista dell’occhio sinistro peggiora. Le richieste formali presentate al tribunale di sorveglianza e alla direzione del carcere viterbese sarebbero state numerose, l’ultima a marzo. “Il carcere ha promesso un appuntamento a breve – spiega Musso – ma sono passati mesi e tutto tace”.
Classe 1946, originario di Mesagne, Rogoli fu tra i primi in Puglia a rompere con la camorra cutoliana, fondando la Sacra corona unita nel 1983. Arrestato e condannato nel maxiprocesso del 1990, da oltre trent’anni è recluso in isolamento. A Mammagialla vive in una cella singola, ha a disposizione quattro libri, dodici acquerelli e trenta fotografie. Cucina da solo con fornelli personali.
“Il 41 bis – precisa l’avvocata – non è una punizione supplementare ma un regime di controllo. Non può impedire cure mediche essenziali”. E aggiunge: “È un detenuto esemplare. Non ha mai dato problemi. Ma la salute è un diritto, non un favore”.
La denuncia per omissione è stata presentata dalla moglie il 18 marzo. Intanto Rogoli scrive, legge e aspetta. Da Viterbo, l’uomo che fondò la mafia salentina oggi chiede soltanto di essere curato.
