Viterbo – (sil.co.) – Un genero da incubo, secondo i genitori di una 25enne che si sono visti portare via la figlia in meno di un mese per poi riprendersela al pronto soccorso a distanza di meno di un anno con un braccio rotto dopo una notte di pesca sul lago di Bolsena.
È ripreso ieri con la testimonianza dei genitori della ex il processo al “pescatore”. È il 33enne viterbese in carcere dallo scorso 20 giugno con l’accusa di maltrattamenti e lesioni alla ex e ai suoi familiari, tra cui il fratello 15enne. Le vittime si sono costituite parte civile con l’avvocato Stefano Billi.
La notte tra il 12 e il 13 maggio dell’anno scorso, siccome aveva perso un pesce durante una battuta di carpfishing sul lago di Bolsena, picchiò selvaggiamente la ex, una 25enne con cui conviveva da luglio 2023, rompendole un polso. Nei giorni successivi se l’è presa coi genitori, che si erano riportati la figlia a casa. La mattina dopo, inviò un video che lo riprendeva mentre dava fuoco ai vestiti della 25enne.
A giugno dell’anno prima, l’imputato aveva già aggredito e rotto un dito al padre della giovane, che aveva espresso dubbi sulla relazione, all’epoca appena all’inizio. “Un mese dopo convivevano e lui ha cominciato a chiedere soldi, soldi, continuamente soldi, anche a mio figlio, che aveva 14 anni, sennò sarebbe finito in casa-famiglia”, hanno spiegato entrambi i genitori. “È arrivato a dirci che lei era incinta, sempre chiedendo denaro. Non era vero”, è emerso.
Dopo il “pesce”, una escalation di violenza ai danni dei familiari della ragazza, tra cui il fratello minore, un quindicenne aggredito solo per avere difeso la sorella. Nei giorni immediatamente successivi, le minacce di guastare una importante ricorrenza familiare in programma il 18 maggio: “Ammazzo te e tua moglie e portò via tua figlia”. La sera del 24 maggio, l’aggressione del padre, davanti al cancello di un supermercato di Santa Barbara, dive accorsero polizia, carabinieri e 118 per portarlo in salvo. “Ha provato a strangolarmi”, ha detto il genitore, finito “senza voce” al pronto soccorso del Santa Rosa, dove la mattina successiva il 33enne ha annunciato alla moglie “vi ho fatto un bel regalo, una sorpresa sulla macchina”. Era la loro auto, una Jeep, distrutta a sprangate durante la notte sotto gli occhi della videosorveglianza nel parcheggio del supermercato, dove l’avevano parcheggiata le forze dell’ordine la sera prima.
La sera del 27 maggio avrebbe teso un agguato all’ex, uscita a fare una passeggiata nel parco vicino casa col fratello. “Ho sentito le urla dei miei figli e mi sono precipitato – ha detto in aula il padre – lui ha preso un pezzo di legno e ha cominciato a colpirmi, spaccandomi un labbro, col sangue che colava dappertutto mentre distruggeva anche l’utilitaria di famiglia, davanti ai carabinieri che erano accorsi. Poi mi detto: ‘Ringrazia che mi hanno levato l’antenna sennò te la piantavo in gola e la facevo uscire dal cervello'”. Infine le ultime minacce, prima di finire in carcere: “un oggi o un domani avrò la mia vendetta” e “tu e tua moglie, siete due uomini morti”.
Si torna in aula a giugno.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
