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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Ormai sono anni che la regione Lazio emana disciplinari annuali per la gestione della caccia al cinghiale per tutti i territori vocati usando una modalità di considerare gli stessi come se fossero tutti uguali a prescindere dalle loro caratteristiche orografiche provinciali.
Ogni provincia di questa regione, che va dal mare Tirreno agli Appennini con una pluralità di colture agricole diverse e molto produttive, impatta per i danni creati dalla specie cinghiale in una modalità diversa vista l’adattabilità di questo selvatico agli habitat presenti.
È opportuno per dare un senso a questo ragionamento elencare qualche dato sulla richiesta danni alla regione Lazio fatta dagli imprenditori agricoli negli ultimi anni, dati ufficiali della regione: anno 2018 euro 738.975; anno 2019 euro 1.002.930; anno 2020 euro 882.529; anno 2021 euro1.544.000; anno 2022 euro 1.497.000. Tali richieste sono state indennizzate in percentuali, ma il dato è che per contenere tale situazione sul territorio esiste una unica soluzione di vero impatto immediato: la caccia e i suoi appassionati. Ciò è dimostrato dai dati dei contenimenti, ufficiali della regione, che dimostrano che solo la caccia collettiva – in gergo braccata o cacciarella -, è la sola a porre una barriera al proliferare di questo selvatico, con spese non indifferenti a carico dei componenti le squadre, per il mantenimento di un numero importante di cani, spese veterinarie, strumenti per la ricerca e tutela degli stessi, ecc.
Tale quadro ha fatto emergere in maniera spontanea tra i componenti le squadre un disagio vista la molta attenzione della regione al problema danni e poca sensibilità a chi volontariamente diventa l’unico strumento per contenerli. Questa spontaneità degli appassionati ha registrato in molte provincie della nostra regione riunioni che hanno evidenziato che lo strumento normativo del disciplinare usato dalla regione Lazio per la gestione della caccia al cinghiale, era e continua ad essere costruito più dietro le scrivanie, senza tener conto della reale situazione che richiede una più attenta conoscenza di questa pratica venatoria, se ancora deve essere un vero strumento di contenimento ai danni.
Tale necessità ha accomunato ad oggi più realtà come i componenti di squadre delle province di: Frosinone, Rieti, Viterbo, e parte di quella di Roma che, con i loro rappresentanti forti delle firme della maggioranza dei capi squadra di caccia collettiva, si sono incontrati per costruire un documento che raggruppi le principali criticità dello strumento normativo regionale “Disciplinare” al fine di chiedere un tavolo alla regione Lazio per definire in maniera strutturata una pratica venatoria volontaria che oggi è l’unica a contenere sia i danni che i selvatici che li creano.
I rappresentanti di tutte le squadre delle province coinvolte auspicano che la regione abbia la sensibilità di comprendere questa situazione per avere presto un incontro che metta finalmente in sinergia le esperienze degli appassionati a tale pratica venatoria con le normative per la gestione ottima della stessa.
Mauro Favero e Domenico Puleggi
In rappresentanza di tutte le squadre del Vt1 e Vt2
