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Viterbo – Banda armata e terrorismo internazionale, negata alla Turchia l’estradizione di uno dei presunti sodali boss Baris Boyun arrestati a Viterbo il 22 maggio 2024.
A prendere la decisione è stata l’11 giugno la corte di appello di Bologna, competente per Ferrara, dove è stato trasferito dal Nicandro Izzo presso il carcere locale: “Al fine di garantire l’estradando dal pericolo di torture o trattamenti inumani, degradanti e lesivi della dignità umana”. Oltre alla difesa, lo stesso procuratore generale si è espresso per i rifiuto della consegna.
Si tratta del 23enne Oguzhan Duyku, difeso dagli avvocati Samuele De Santis e Flavio Rossi Albertini, arrestato tra Vetralla e Sutri col 27enne albanese Artiol Shabani, anche lui difeso da De Santis.
Quest’ultimo l’unico ad avere patteggiato con lo sconto di un terzo della pena del rito una condanna a 4 anni e 7 mesi per armi e droga al maxi processo che prosegue col rito abbreviato per altri 15 imputati, in videocollegamento con Milano dal tribunale di Viterbo, tra i quali l’autista viterbese del boss Boyun, ovvero Giorgio Meschini,.
Per Meschini, la pm antimafia Bruna Albertini ha chiesto complessivamente sei anni e quattro mesi di reclusione, compresi i 16 mesi per ricettazione in quanto sarebbe stato lui a consegnare soldi al nero a due legali dell’organizzazione criminale.
Artiol e Duycu furono arrestati in flagranza dalla polizia presso un’area di servizio sulla Cassia a Sutri – giorno del blitz – mentre viaggiavano su una Jeep Compass con targa svizzera, con armi, munizioni e 24,5 grammi di cocaina pronta per lo spaccio.
La richiesta di estradizione è stata emessa l’8 gennaio 2025 dal ministero della giustizia e trasmessa alla procura generale di Bologna dal governo turco per l’esecuzione della pena detentiva definitiva di anni 3 e mesi 4 di reclusione, per frode, sulla base della decisione della terza alta corte penale di Isparta del 17 marzo 2023.
“La consegna in Turchia metterebbe in pericolo l’incolumità mia e quella dei miei amiliari”. ha detto alla corte presieduta dal giudice Donatella Donati. All’udienza del 29 aprile, instaurato il contraddittorio difensivo, il 23enne confermava di essere detenuto in custodia cautelare per altra causa in relazione a processi in corso innanzi ala corte di assise di Milano, riferendo di essere stato minacciato dalla polizia turca durante proteste politiche ed essere stato attinto a colpi di arma da fuoco recandosi in ospedale, non denunciando perché minacciato e venendo arrestato, una volta dimesso, insieme ad altre persone che protestavano.
L’anno scorso Duycu, dicendosi un perseguitato curdo, durante l’interrogatorio riferì di essere giunto clandestinamente in Italia su un Tir tre settimane fa e di non sapere dove lo avessero scaricato. Sarebbe poi andato in pullman a Tuscania, alloggiando in un hotel indicato dall’autotrasportatore, pagando un sovrapprezzo al gestore perché privo di documenti. Lì avrebbe conosciuto “Arturo”, l’albanese, che parlava un po’ di turco e che gli ha chiesto di accompagnarlo perché senza patente.
L’albanese, in particolare, sarebbe stato avvistato verso le dieci del mattino a bordo della vettura in quel di Vetralla, mentre effettuava una breve sosta in un’area boschiva in località Cesi, in prossimità della provinciale 147, occultando un involucro sotto dei sassi vicino a un muro a secco, contenente un giubbotto antiproiettile. C’erano poi una pistola calibro 9,19; 7 cartucce stesso calibro; tre caricatori, due dei quali per 18 e l’altro per 16 cartucce; altre 18 cartucce calibro Acp 45 avvolte in un panno; nonché la droga e attrezzatura per lo spaccio.
Nel frattempo anche le corti di appello dell’Aquila e di Milano hanno rigettato analoghe richieste di estradizione per la Turchia di due coindagati del 23enne.
Silvana Cortignani
Video: Arresto di Baris Boyun – video della polizia – L’operazione antimafia Turca
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

