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Vetralla – “Diretti a uccidere”. Non ha dubbi la perizia medico-legale firmata da Gerardo Di Masi: i quattro colpi che hanno colpito alla testa Federico Vittorio Rapisarda, dirigente del ministero delle Infrastrutture, erano portati con l’intento di provocarne la morte. L’aggressione, avvenuta il 4 ottobre scorso nell’androne di casa in via delle Carrozze, è stata eseguita con violenza e metodo, secondo gli inquirenti.
Per quell’attacco è in carcere da marzo Giancarlo Santagati, 55enne residente a Cura di Vetralla, indicato come l’esecutore materiale. Indagato anche Daniele Moretti, 63enne professionista anch’egli di Vetralla, collega della vittima al Mit, sospettato di essere il mandante. L’ipotesi è che Moretti volesse vendicarsi per l’esclusione da un incarico e abbia commissionato il pestaggio.
Secondo la consulenza della procura, i colpi – tutti concentrati sulla parte sinistra del cranio – sono stati inferti con un bastone e con forza tale da essere “idonei a commettere l’evento morte”. A salvare Rapisarda, forse, le urla che avrebbero messo in fuga l’aggressore. Nonostante la violenza dell’attacco, la relazione precisa che non vi fu pericolo di vita, ma le lesioni riportate – anche a una mano, a causa della difesa – hanno richiesto due mesi di ricovero.
La difesa degli indagati ha nominato periti di parte per contestare la relazione. Ma per la procura il quadro è chiaro: un’aggressione premeditata, con un movente che si intreccia alla carriera ministeriale della vittima.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
