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Pestaggi in carcere, una vittima: “Sprangato da una decina di agenti”

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Viterbo - Carcere di Mammagialla - La polizia penitenziaria

Località Mammagialla – Carcere Nicandro Izzo – La polizia penitenziaria

Viterbo – Annus horribilis 2018. Nel vivo il processo ai dieci agenti della polizia penitenziaria del carcere Nicandro Izzo di Viterbo accusati di avere preso a sprangate il detenuto Giuseppe De Felice il 5 dicembre 2018. Per le scale. Dove non c’erano le telecamere. Quattro mesi dopo l’impiccagione di Hassan Sharaf del 24 luglio 2016 e sette mesi dopo la morte di Andrea Di Nino avvenuta il 21 maggio 2018. 

La feroce aggressione, diventata un caso nazionale, fu denunciata a un esponente del partito radicale dalla moglie.

Davanti al giudice Jacopo Rocchi la deposizione fiume della presunta vittima, Giuseppe De Felice. Risalgono al 7 dicembre le prime due visite mediche cui fu sottoposto in carcere da due diversi dottori, alle 16,11 e alle ore 17. Al primo disse di essere caduto dalle  scale, al secondo invece di essersi fatto male durante una rissa con altri detenuti due giorni prima. Ieri inoltre, messo di fronte alle foto degli imputati, ne ha riconosciuti solo due-tre e escluso altri, tra cui l’agente che gli avrebbe solo raccolto e restituito gli occhiali rotti.

Il giudice Rocchi ha esperienza. Quando era gup presso il tribunale di Siena, il 17 febbraio 2019, ha condannato a pene superiori ai due anni, con lo sconto di un terzo del rito abbreviato, dieci agenti di polizia penitenziaria per fatti qualificati come tortura, commessi nell’ottobre 2018 nel carcere di Ranza, a San Gimignano.

De Felice, detenuto 37enne romano, fino a un mese prima era recluso nel carcere capitolino di Rebibbia. “Ho visto la morte in faccia quel giorno per le scale”, ha riferito la parte offesa, interrogato dal pm Michele Adragna, che ha ereditato il fascicolo dal predecessore Stefano D’Arma. Sarebbe stato vittima di un feroce pestaggio da parte di una decina di detenuti.

Tutto sarebbe partito da una perquisizione alla cella. “Mi hanno fatto andare in saletta e negato una sigaretta, ‘chi ti credi di essere?’, poi quando sono rientrato in cella era tutto a soqquadro: le foto di mio nipote strappate, il riso, la pasta e lo zucchero rovesciati a terra. Gli ho fatto l’applauso e detto ‘bravi, siete stati bravi'”, ha riferito, ammettendo di avere “richiamato” l’attenzione degli altri detenuti della sezione.

Un’azione di contenimento secondo gli imputati. I dieci penitenziari – rinviati a giudizio per lesioni personali aggravate e tre di loro anche per calunnia e falso – sono difesi dagli avvocati Giuliano Migliorati, Marco Russo, Patrizia Gallino, Marco Valerio Mazzatosta, Roberto e Francesco Massatani.

“Poi è venuto a prendermi un agente per portarmi a firmare il verbale dal direttore, scendendo però da un’altra scala, dove abbiamo trovato altri due penitenziari e altri che salivano. Era in mezzo, in un punto dove non ci sono le telecamere. Mi hanno picchiato in faccia con un bastone di ferro bianco e preso a pugni, io non sentivo più e non vedevo. Ancora oggi non sento bene dall’orecchio destro”, ha proseguito.

“Le scale erano strette, per me era impossibile reagire – ha concluso -. Mentre mi picchiavano mi dicevano ‘pezzo di merda, chi. ti credi di essere, qui comandiamo noi, siamo a casa nostra’. Poi mi hanno portato fuori dell’infermeria, senza farmi entrare, quindi in isolamento per mezz’ora e poi trasferito in un’altra cella e in un’altra sezione. Ero tutto rotto, pure gli occhiali, che mi ha raccolto da terra e restituito un agente”. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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