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Ristoratore usurato, diamante fantasma e prestiti a strozzo…

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Viterbo – Novantamila euro per l’acquisto fittizio di un diamante che avrebbe dovuto fruttare 30mila euro di guadagno. Non la crisi dovuta al lockdown e nemmeno i vecchi debiti di gioco. O meglio, non solo quelli, secondo la difesa che ha chiesto al luogotenente dei carabinieri che si è occupato delle indagini se avessero passato al setaccio i supporti informatici della presunta vittima di usura o effettuato sopralluoghi nelle sale gioco della provincia, per accertare che non fosse tuttora dedito alle scommesse clandestine o comunque all’azzardo. 

Presunte vittime una coppia di  imprenditori – parti civili con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini –   che nel 2020 gestivano nel capoluogo una pescheria e un ristorante di successo. È ripreso così ieri il processo davanti al collegio ai quattro imputati di usura ed estorsione aggravata del filone principale, in cui è uscito di scena un quinto imputato, che ha scelto un rito alternativo. C’è poi un secondo processo ad altri tre imputati, non colpiti a suo tempo da misura cautelare ma indagati a piede libero. 

L’abbocco del super diamante. Due i prestiti per cui si è messa nei guai la presunta banda di otto strozzini – sgominata nel blitz del 26 aprile 2021- uno da 45mila euro con maggiorazione dopo una settimana tra gli 11mila e i 15mila euro, l’altro da 89.500 euro. “L’abbocco era l’acquisto di un diamante da 90mila euro da rivendere subito per 30mila euro  – ha spiegato al difensore Roberto Massatani l’investigatore durante il contro esame – ma il diamante non esisteva, era fittizio, così come l’amico che avrebbe dovuto vendere la sua abitazione e fargli un prestito”.  

Il vecchio debito di gioco da 20mila euro. A nessuno degli imputati il ristoratore avrebbe parlato di problemi di ludopatia o economici, anche se avrebbe avuto un vecchio debito di gioco di 20-25mila euro. “Come è possibile che per quella somma abbia contratto debiti per 280mila euro? Non poteva coprirla coi ricavi di ristorante e pescheria’”, ha chiesto il difensore di un altro degli imputati, tornando a parlare del famigerato “giro pesce”, comprato in quantità esorbitante e rivenduto a metà prezzo per ottenere liquidità facile ai danni della società intestata alla compagna, che fatturava gli acquisti, sui cui conti si sono registrati i relativi ammanchi.

Spuntano altri sei creditori. La difesa Massatani ha insistito con l’investigatore: “Avete trovato bonifici, assegni, cambiali, altre prove documentali, oltre a intercettazioni, registrazioni e scritture private?”. Lo ha ripreso il pm Michele Adragna, ricordando che si tratta di un processo per estorsione e usura. Il legale ha però insistito, facendo il nome e cognome di almeno altri quattro creditori più due, almeno sei quindi, “tutti per ingenti somme, anche due volte 25mila euro, somme prestate tra il 2019 e il 2020, tipo per acquistare vino e pesce”. 

Il “portavoce mancato” della banda. “Il mio assistito è stato sottoposto a misura di custodia cautelare dal gip in quanto ‘portavoce’, quando in realtà è lui stesso a dire ‘io non vengo qui a fare il portavoce, non mi voglio mischiare, non voglio casini che non mi competono’. Lui riferisce cose sentite, non fa il portavoce”. ha sottolineato Massatani.


Michele Adragna

Il pm Michele Adragna


Il filone principale. Imputati un tatuatore e la moglie, di 46 e 47 anni, un 52enne di Castel Giorgio e un albanese di 32 anni residente a Terni. Vittime, un ristoratore e la compagna che all’epoca gestiva una pescheria, parti civili con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini. Gli iniziali cinque imputati, uno dei quali ha patteggiato una pena definitiva di un anno e otto mesi, furono arrestati quattro anni fa nel corso di un blitz dei carabinieri, scattato all’alba del 26 aprile 2021. L’avvocato Roberto Massatani difende col figlio Francesco il 52enne di Castel Giorgio, C.C., che avrebbe fatto da mediatore-portavoce tra le vittime e la coppia di imprenditori viterbesi M.B. e M.B., di 47 e 46 anni, entrambi difesi dall’avvocato Massimo Finotto del foro di Terni. Ha patteggiato il fratello dell’uomo, mentre l’altro imputato è un albanese 33enne residente a Terni, A.L., difeso dall’avvocato Fabio Menichetti del foro di Roma.

Il secondo filone. Tre gli imputati di concorso in tentata estorsione ed estorsione aggravata: A.B. di 33 anni, fratello minore di altri due dei presunti usurai, il 52enne che ha patteggiato un anno e otto mesi e il 44enne imputato con la moglie nell’altro processo; M.C. di 45 anni, originario di Ronciglione; e l’albanese 30enne E. D., a sua volta cugino dell’albanese 32enne già a processo davanti al collegio. Parti civili sempre il ristoratore e la compagna.

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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