Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Mi hanno creduta. E questo ha fatto la differenza. Non è facile trovare le parole, ma oggi so quanto sia importante raccontare. Per me, rompere il silenzio è stato il primo passo per riprendermi la vita. Quando mi sono rivolta al Centro Antiviolenza Penelope, ero confusa, impaurita, piena di dubbi. Ma lì ho trovato ascolto. Non uno qualunque, ma un ascolto profondo, rispettoso, umano.
Violenza sulle donne – foto di repertorio
Un ascolto femminista, che non mi ha mai chiesto “perché sei rimasta?”, ma mi ha fatto sentire accolta, compresa, creduta.
Non ero sola.
Le operatrici del centro mi hanno accompagnata con cura e senza mai forzare i miei tempi. Mi hanno spiegato cosa avrei potuto fare, quali erano i miei diritti, e soprattutto mi hanno fatto sentire che avevo valore. Insieme a loro, ho scelto di denunciare. È stata una decisione difficile, ma sapevo di non doverla affrontare da sola.
Alla seconda sezione della polizia di stato di Viterbo, ho trovato persone preparate, attente, rispettose. Nessun giudizio, nessuna fretta. Solo l’impegno vero di chi conosce il peso che porta una donna quando varca quella soglia per raccontare la propria storia. Anche lì, mi hanno creduta. E questo ha fatto la differenza.
Il lavoro di rete tra il centro antiviolenza Penelope, l’associazione Kyanos e la Polizia di Stato non è solo un insieme di protocolli o incontri formali: è una rete reale, fatta di persone che collaborano per restituire alle donne sicurezza, dignità e libertà. È grazie a questa rete che ho potuto fare scelte consapevoli. È grazie a questa rete che, passo dopo passo, sto tornando a vivere.
La violenza che ho subito non definisce chi sono. Ma l’ascolto che ho ricevuto ha cambiato la mia storia.
Non basta dire “ti capisco”. Serve sapere, serve formazione, serve una visione femminista che riconosca alle donne il diritto di esistere, di decidere, di vivere libere.
E oggi posso dirlo: io ho trovato tutto questo.
Una donna vittima di violenza
