Viterbo – “Ho visto bruciare la mia casa. Mi sono commosso profondamente”. Gabriele Anelli, classe 1940 docente di enologia, è stato uno dei primi a recarsi sul luogo dell’incendio che ha colpito la facoltà di agraria dell’università della Tuscia il 4 giugno scorso. Un gesto spontaneo, dettato dall’appartenenza profonda a un luogo che sente suo. “Quella facoltà era casa mia – dice – ci ho passato più tempo che a casa”.
Gabriele Anelli, già docente di enologia
Professore, lei è stato uno dei primi il giorno dopo l’incendio del 4 giugno ad andare sul posto.
“Sì, sono arrivato lì la mattina dopo il terribile incendio. Non facevano avvicinare nessuno e, in mezzo alla gente, un ragazzo sulla quarantina mi ha chiamato e mi ha riconosciuto ‘professor Anelli, sono stato un suo alunno, si ricorda di me?’ Sarà stata la situazione, l’età che avanza, il fatto che vedendo quel disastro mi è passata gran parte della vita davanti… mi sono commosso profondamente”.
Quindi lei gran parte della sua vita l’ha vissuta lì?
“Sì, mio papà dirigeva il comparto agrario dell’opera nazionale combattenti, l’azienda che tra le altre cose fece la bonifica dell’agro pontino. Per il suo lavoro viaggiavamo, quindi sono stato in Sardegna, mi sono laureato in chimica a Torino, poi ho prestato per diverso tempo gratuitamente le mie competenze – allora si usava – all’università di Pisa, dove poi vinto il concorso nel 1979, sono entrato di ruolo come professore di industria agraria nella facoltà di agraria. Ho partecipato poi a un altro concorso nazionale, che ho vinto, e sono stato chiamato all’università di Portici. Fu per me e anche per mio padre un grande orgoglio, visto che lui si era laureato lì nel ’39. Ma a Viterbo si stava creando una nuova facoltà di agraria, e fui chiamato dal prof. Scarascia Mugnozza che cominciò, con i soldi avuti dallo Stato, i lavori a Santa Maria in Gradi”.
Com’era Santa Maria in Gradi in quel tempo?
“Un carcere. Ricordo la prima volta che vi entrai provai un senso di claustrofobia. Erano tutte celle di due metri per due, piene di scritte. Mi fece impressione… ebbi la sensazione di entrare nelle gabbie di uno zoo”.
Com’era invece la zona del Riello?
“Intorno alla nostra facoltà era tutta aperta campagna. La struttura non era adatta a un’università, ma a un liceo. Dovemmo cambiare tutto, facevamo qualunque cosa, anche lavori materiali. Mi sento di dire che fummo dei pionieri”.
Chi c’era con lei?
“Il primo consiglio di facoltà eravamo cinque. Gli altri quattro sono morti, sono rimasto solo io”.
C’è stato un momento in cui lei ha pensato ‘ce l’abbiamo fatta’?
“Sì, quando ho avuto l’onore della prima laurea, nel 1985. Ricordo, era una ragazza di Napoli. Lì mi sono detto ‘ce l’abbiamo fatta’”.
Com’era Viterbo a quel tempo? Come accolse la Viterbo dei primi anni ’80 l’avvento dell’Università della Tuscia?
“Viterbo era una città bellissima, ma un po’ potremmo dire sonnacchiosa. C’era una parte di quello che definiremmo il ceto sociale più alto della città che aveva timore che l’arrivo dei giovani universitari avrebbe portato scompiglio. Anche perché, con orgoglio posso dire, il 90% degli iscritti proveniva da fuori. Viterbo era ed è l’unica facoltà agraria del Lazio ed una delle più importanti d’Italia. In tre anni facemmo oltre 2000 iscritti”.
Con il tempo le cose migliorarono?
“Con una battuta direi che non è che la città abbia accolto l’università… si è piuttosto assuefatta a essa. Quando amo dire che siamo stati dei pionieri, è proprio per questo. Adesso si è abituati ad avere l’università a Viterbo, ma non c’è sempre stata. L’abbiamo creata noi, con grande amore, entusiasmo che spesso non ci facevano sentire la fatica. Quando ho visto ciò che ha lasciato l’incendio per me è stato terribile… perché lì ci ho passato molto più tempo che a casa. Ecco, è come se fosse bruciata la mia casa”.
Raccontava del professor Scarascia. Qual è stata la vostra collaborazione?
“Era un uomo di grande spessore, e molto abile nell’intercettare i fondi dello Stato. Mi piace ricordare, perché non lo si ricorda mai, che grazie a lui esiste l’università della Tuscia come oggi la conosciamo. Il nostro rapporto è stato di grande collaborazione, anche se a volte avevamo vedute diverse”.
In merito a cosa?
“Agli obiettivi. Lui voleva che aprissero altre facoltà, ed infatti poco dopo aprirono beni culturali e biologia. Si era prefissato l’obiettivo di arrivare a dodicimila iscritti, perché più iscritti si avevano più soldi dava lo Stato. Io invece avrei voluto mantenere solo la facoltà di agraria rendendola la migliore d’Europa”.
C’è un po’ di rimpianto…
“Sì, è vero. Quello è un sogno che avrei tanto voluto realizzare. Avevo viaggiato, ho vissuto un anno in America, e avrei voluto creare a Viterbo un campus universitario, con alloggi per studenti e anche per i professori, perché purtroppo accadeva che diversi colleghi di Roma o di altre parti facevano lezione qui e poi tornavano a casa, e non conoscevano per niente la città, perché non la vivevano”.
Comunque siete riusciti a portare la facoltà di agraria a livelli di eccellenza…
“Sì è vero, e ne sono fiero. Abbiamo formato e creato tanti vinicoltori ed enologi. Uno tra tutti Riccardo Cotarella. Con lui abbiamo creato anche dei vini, e ho voluto fortemente che l’Università della Tuscia gli riconoscesse la laurea honoris causa”.
Com’era la vita universitaria allora?
“Era bella. Nonostante le controverse opinioni, i ‘baroni universitari’ – quelli illuminati – puntavano sui giovani di talento, non li schiavizzavano, anzi, li facevano crescere. I più in gamba si facevano studiare all’esterno proprio per acquisire competenze: non c’era rivalità, c’era desiderio di far crescere cose e persone. Ricordo anche la cerimonia, una grande festa, di inizio anno accademico. Era un momento bello, per tutto l’ateneo. In quell’occasione c’era sempre una lectio magistralis… e un anno ebbi l’onore di tenerla io”.
Adesso com’è la sua vita?
“Vivo nel centro storico con mia moglie in un bel palazzetto che ho tutto risistemato, quando l’abbiamo comprato dopo esserci trasferiti a Viterbo era un rudere. Sono uscito dall’università da 15 anni ormai, pochi anni fa abbiamo aperto un’associazione culturale, Excursus, costituita da ex professori universitari. Siamo grandi, ma abbiamo tanti ricordi, conoscenze ed interessi”.
Speranze per il futuro?
“Non ci credo molto, ma spero tanto prima di morire di poter rivedere la facoltà di agraria ricostruita”.
Irene Temperini
