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“Acqua: non serve l’Ato unico ma potere di gestione ai territori…”

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Viterbo - Giancarlo Torricelli

Viterbo – Giancarlo Torricelli

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Non passa giorno, ormai, che la cronaca non racconti di una situazione di grande sofferenza nei sistemi idrici di diversi paesi della provincia di Viterbo.

Acqua razionata, arsenico nelle falde, reti colabrodo, mancanza di sistemi di depurazione, dispersione della risorsa e interventi manutentivi, spesso, programmati con colpevole ritardo.

A fronte di una situazione che in alcune aree della provincia appare semplicemente disastrosa, si assiste  ad una difficoltà di interlocuzione con il management di Talete e ad un continuo scaricabarile tra le rappresentanze dei Comuni e la società stessa, che finisce per attribuire a Talete anche responsabilità che invece attengono prevalentemente a decenni di mancati investimenti sui sistemi idrici nei diversi comuni.

Se a questo si aggiunge che il cambiamento climatico, ancorché presentato come astratto ed  ideologico, sta assumendo la forma concretissima di una estate già torrida, con temperature che sfiorano i 40 gradi ed un aumento generalizzato della domanda di acqua per usi domestici e non solo, si comprende quanto, a trenta anni dalla legge Galli e a venti dalla nascita di Talete (che avrebbe dovuto salvaguardare il carattere pubblico della gestione idrica), ci si trovi di fronte ad un quadro  sostanzialmente inadeguato, almeno al pari del dibattito pubblico che accompagna il futuro di Talete e dell’impalcatura istituzionale degli Ambiti territoriali ottimali a livello regionale.

Come si sta rispondendo, infatti, al peggioramento del servizio nei comuni e a questa sensazione crescente di espropriazione delle comunità locali dalla possibilità di esercitare un controllo diretto sulla risorsa acqua? Come si mette in connessione il sistematico aumento delle tariffe idriche con la qualità di un servizio vitale, ma mai come in questo periodo assolutamente scadente?

Le notizie di questi giorni parlano di un Presidente della Provincia, nonché Presidente dell’Autorità d’Ambito viterbese, che annuncia trionfante la pubblicazione del bando per la ricerca del socio privato per Talete (40%) e l’avvio a livello regionale di una discussione che potrebbe portare a breve alla costituzione di un unico Ambito regionale, in luogo degli attuali ATO provinciali.

Due notizie apparentemente slegate, che hanno in comune un unico obiettivo: procedere a tappe forzate verso la privatizzazione della risorsa idrica (alla faccia del referendum del 2011 e perfino delle ragioni originarie che, una ventina di anni fa, portarono alla nascita di Talete) e favorire l’ingresso dei grandi player che monopolizzano il mercato delle multiutility, a cominciare da Acea, allontanando, sempre di più, i luoghi decisionali della gestione dell’acqua e le sue problematiche.

Davvero, di fronte ad una operazione come quella che si prospetta a livello regionale, il tema può essere quello “dell’equo equilibrio della rappresentanza”, come sostiene l’ineffabile Presidente della Provincia di Viterbo? Oppure, anche in questo caso, si utilizzano le argomentazioni (sempre le stesse) che, negli anni, hanno portato a sottrarre le competenze sull’acqua ai comuni per affidarle agli Ato provinciali prima e alle società per azioni poi, senza porsi mai il problema di una verifica della efficacia o meno di quelle argomentazioni?

Con quali risultati? Quelli disastrosi che sono sotto gli occhi di tutti, che, in alcuni comuni della provincia di Viterbo, in queste ore, significano acqua razionata nonostante le tariffe idriche alle stelle. 

E’ come se la politica istituzionale abbia la presunzione di prescindere dalla realtà e dalla vita: l’acqua è una risorsa finita, tanto più in un tempo segnato dal cambiamento climatico, utilizzarla con parsimonia, senza sprechi e dispersioni, sottraendola alla logica del profitto ed avvicinando la sua governance al territorio e alle comunità locali , è l’unica garanzia di una sua fruizione futura possibile, oltre che elemento di identità e memoria per i nostri territori.

Non serve l’ATO unico regionale, servirebbe un approccio scientifico che ridisegni il governo dell’acqua  sulla base dei bacini idrografici, non serve la privatizzazione di Talete, serve semmai il suo superamento, nella direzione di una gestione che restituisca potere al territorio e alle comunità locali.

Servirebbe una grande ambizione: quella di una politica che non si candidi a gestire solo l’esistente, ma che guardi all’acqua e alla vicenda di Talete come una grande occasione per ripensare il territorio, gli investimenti necessari, la rigenerazione delle reti, perfino i modelli occupazionali.

Ma per farlo servirebbe anche il coraggio di un’autocritica verso una politica che, negli ultimi 30 anni, ha penalizzato le comunità locali, a partire dalla gestione dell’acqua.  

Giancarlo Torricelli


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