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Viterbo – “Sono molto affezionato a Viterbo e soprattutto a questa piazza”. Dopo la proiezione all’interno del Tuscia Film Fest del suo ultimo film, La città proibita, Gabriele Mainetti ha dialogato con il regista Giacomo Nencioni.
Il quarantottenne regista romano è tornato a Viterbo dopo aver girato proprio qui, in Freaks Out, la scena di apertura con l’esplosione di piazza San Lorenzo.
“Conoscevo Viterbo e questa piazza, ma non bene – ha detto –. Quando ho visto meglio le foto, ho capito che era la piazza che stavo cercando. Mi sono innamorato di Viterbo e di questa piazza anche per le possibilità fotografiche”.
Mainetti, nel film La città proibita, affronta con coraggio il cinema di genere, mostrando di saper giocare con la regia, alternando diversi registri.
“Con il tempo sto imparando a fare le cose meglio – ha detto Mainetti -. Io sono un regista che ama la parte virtuosa e giocosa della regia. Questo è un film che porta il kung fu nel cinema, le arti marziali. Il film di genere ha dei codici precisi. Nel 95% dei film italiani non c’è neanche un pizzico di John Carpenter: lui ha fatto scuola in tutto il mondo. Il cinema di genere in Italia non ha mai avuto molto successo. Penso a Sergio Leone, il regista italiano più copiato al mondo, che da noi è stato criticato, è stato crocifisso, eppure ha fatto scuola con il western in tutto il mondo”.
Nel suo ultimo film, Mainetti racconta ancora una volta Roma, anche se con occhi sempre nuovi: “C’è un Esquilino che non è il solito Esquilino, perché è questa la forza del cinema. È il modo di fare cinema che cambia il modo di leggere, ad esempio, i quartieri. Sono legatissimo a Roma, i miei sono di Trastevere, Roma è nel mio Dna. Questo è un film che non volevo fare. Ero impegnato su un altro progetto. Ma ho lo studio proprio a 150 metri da lì e, prendendo il caffè, ogni tanto pensavo: ‘Sarebbe bello fare un film qui’”.
Una regia complessa, che contiene dramma, commedia, kung fu e tanto altro.
“La regia di questo film – spiega il regista – è stata complicata perché è un tentativo di armonizzare tanti registri. Dentro questo film c’è molto Shakespeare: la tridimensionalità nei personaggi l’ha portata lui. C’è anche molto Tarantino, che è un faro nel mio cinema. La grande cosa che ha fatto nel cinema Tarantino è stata livellare tutto, anche gli opposti. In Tarantino c’è molto sangue, c’è molto dolore. E mi piace pensare che il mio cinema gli somigli. Il cinema di genere in Italia non se la passa bene, i produttori non ci credono. Va il mélo e la commedia”.
Interpreti del film: Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Enrico Borello e la bravissima Yaxi Liu.
“La protagonista Yaxi Liu non è un’attrice ma una stunt. Fino a vent’anni è stata una marzialista importante. La cosa davvero incredibile di Yaxi Liu è che è bravissima sia come marzialista che come interprete”, ha sottolineato Mainetti.
Mainetti, rispondendo alle tante domande di un pubblico pieno di giovani, ha raccontato anche qualcosa di sé e di come cambi l’orizzonte con l’età: “Amo il cinema da sempre, ma mi piacciono sempre meno cose. Adesso è bellissimo il cinema di genere asiatico, sudcoreano. Il resto non mi colpisce molto. Forse perché ho tre figli piccoli, ho poco tempo a disposizione e il tempo è prezioso, e allora quando dedico due ore a un film cerco qualcosa di nuovo. Magari è perché sto invecchiando, ma mi piacciono sempre meno film. I registi dovrebbero osare. La vostra vita, la vita di ogni persona in questa piazza, è una storia unica e irripetibile. Il cinema diventa davvero grande quando ha il coraggio di raccontare storie nuove”.
Irene Temperini


