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Braccianti agricoli sfruttati a Castel d’Asso, la procura: “Decine di vittime in condizioni di povertà”

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L'azienda ortofrutticola e nei riquadri Stefano e Alberto Calevi

L’azienda ortofrutticola e nei riquadri Stefano e Alberto Calevi

Viterbo – (sil.co.) –  Oltre cento “braccianti” sfruttati a Castel d’Asso, tra turni fino a 13 ore, domeniche gratis e senza ferie pagate. Sono le pesanti accuse per cui si è chiusa con la richiesta di rinvio a giudizio dei fratelli Alberto e Stefano Calevi, da parte del pm Massimiliano Siddi, l’inchiesta scaturita dalla denuncia di due operai sulle condizioni lavorative dei dipendenti dell’azienda agricola di strada Procoio nei pressi della necropoli etrusca di Castel dìAsso. Fratelli e società, difesi dagli avvocati Agnese Sciullo e Giuliano Migliorati, compariranno davanti al gup Fiorella Scarpato a gennaio.

I braccianti sarebbero stati condotti nei campi  stipati sui rimorchi in ceste di plastica per gli ortaggi. Era lo scorso 10 dicembre quando fu reso noto che i due fratelli erano indagati in concorso per il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, con l’aggravante dello stato di bisogno delle presunte vittime, di cui avrebbero approfittato senza farsi scrupoli. 

Decine le potenziali parti civili. Soprattutto cittadini extracomunitari. In condizione di povertà, con familiari che vivevano nei paesi d’origine e che avevano come unica fonte di sostentamento l’attività lavorativa svolta dai prossimi congiunti in Italia. Si parla di reiterata violazione della normativa relativa all’orario di lavoro, ai periodi di riposo, al riposo settimanale e alle ferie.

In un arco di tempo di un anno e mezzo. Quello passato al setaccio dai carabinieri, coordinati dalla procura della repubblica di Viterbo. Da gennaio 2022 a giugno 2023, durante il quale sarebbero state poste in essere condotte illecite non isolate bensì reiterate, anche per quanto riguarda la violazione di norme in materia di sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro.

I lavoratori, in particolare, sarebbero stati sfruttati tramite la corresponsione di retribuzioni in modo palesemente difforme dai contratti collettivi nazionali e provinciali comunque sproporzionati rispetto alla quantità e qualità dell’opera prestata. Per gli operai agricoli inquadrati nel livello “ex addetti alla raccolta prodotti” la retribuzione oraria netta, ad esempio, sarebbe stata compresa tra 5 euro e 6,50 euro. Importo quest’ultimo di cui avrebbe “beneficiato” un solo lavoratore.

Il 30 gennaio, il gip del tribunale di Viterbo, su parere favorevole del pm Siddi, “ritenuto che l’interruzione dell’attività imprenditoriale può comportare ripercussioni negative sui livelli occupazionali”, ha disposto la misura alternativa del “controllo giudiziario dell’azienda, in luogo del sequestro preventivo”.


Articoli: Antonio Biagioli (Uila): “Richiesta di rinvio a giudizio fratelli Calevi, noi a disposizione dei lavoratori per tutelare i loro diritti” – Braccianti agricoli sfruttati, la procura chiede il processo per i fratelli Calevi


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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