Viterbo – Paziente del pronto soccorso suicida dal sesto piano dell’ospedale Santa Rosa, a distanza di otto anni dalla tragica morte della 41enne viterbese Laura Chiovelli, la psichiatra è stata assolta con formula piena dall’accusa di omicidio colposo.
Laura Chiovelli
A chiedere il proscioglimento è stato lo stesso pubblico ministero Massimiliano Siddi. Nonostante abbia prima sottolineato la “superficialità e negligenza” dell’imputata, cui sarebbe bastata “una telefonata o parlare coi familiari” per sapere che la 41enne Laura Chiovelli era recidiva quando, all’alba del 15 novembre 2017, era stata portata in ospedale dal 118 in ambulanza per avere ingerito mercurocromo e candeggina.
In sostanza il rischio c’era e la “condotta doverosa”, per il pm, sarebbe stata quella di prescrivere il ricovero in reparto, non lasciare la paziente al pronto soccorso. “Ma sarebbe bastato a scongiurare il suicidio?”, ha chiesto il pm, affrontando il delicato tema del nesso causale tra la morte e l’operato della psichiatra chiamata al pronto soccorso per una consulenza su una paziente sottoposta a lavanda gastrica per “ingestione di sostanze”, che durante la visita si è dimostrata pentita e desiderosa di tornare al più presto a casa.
A dire il vero, come riferito dalla stessa imputata durante l’interrogatorio, pur omettendo di parlarle dei precedenti tentativi di suicidio, la 41enne le avrebbe detto della sua depressione per la destinazione lavorativa lontano da casa, di essere stata oltre un mese a Villa Rosa e di assumere un mix di farmaci prescritti dallo psichiatra privato che l’aveva in cura. La dottoressa le avrebbe anche aumentato “a livello terapeutico” il dosaggio dell’antidepressivo. Le medicine abituali sarebbero state consegnate al pronto soccorso nel pomeriggio dal fratello, cui la vittima la sera verso le 21 ha detto al telefono che nessuno gliele aveva somministrate fino a quel momento.
Ospedale di Belcolle – Donna giù dalla scala antincendio
La mattina successiva si è allontanata dal pronto soccorso, si è arrampicata a piedi fino a sesto piano della scala antincendio dell’ingresso principale e si è lanciata di sotto, ripresa in parte dalle telecamere del sistema di videosorveglianza.
“Anche con l’indicazione di ricovero in psichiatria, la paziente, non essendo da Tso, avrebbe potuto firmare per uscire – ha proseguito Siddi – e anche se fosse stata in reparto, che non è un ‘carcere’, avrebbe potuto sottrarsi al controllo”, ha sottolineato, giungendo alle conclusioni. “Non si può affermare che la mancata condotta doverosa di controllo avrebbe evitato il suicidio”, ha sottolineato il pm, chiedendo l’assoluzione con formula piena, “perché il fatto non sussiste”, accordata dal giudice Daniela Rispoli dopo circa un’ora e mezza di camera di consiglio.
In aula, oltre alla psichiatra, ai difensori dell’imputata e della Asl responsabile civile, erano presenti il fratello e la cognata della vittima, con l’avvocato di parte civile Paola Chiovelli. In aula anche per l’anziana madre, ormai ultraottantenne, che quella notte aveva implorato di poter restare in ospedale al fianco della figlia, sentendosi rispondere che non era possibile e di andare a casa tranquilla perché in ospedale era al sicuro.
“Laura non ha detto alla psichiatra di avere sbagliato bottiglia, le ha detto di avere bevuto volontariamente mercuriocromo e candeggina. È stato sottovalutato il dato anamnestico. I familiari lo hanno detto in tutti i modi. Ma non è stata disposta la vigilanza al pronto soccorso e nemmeno una seconda consulenza psichiatrica, dopo quella delle 8,30 del mattino, tre ore dopo il ricovero. Andava vigilata, controllata, si è tolta la vita a distanza di poche ore. Nemmeno giorni, ore. Le più delicate dopo un tentativo di suicidio. Le andava proposto il ricovero in psichiatria, semmai avrebbe firmato le dimissioni, ma avrebbe significato proteggere. Invece ci sono state negligenza e omissioni”, ha sottolineato l’avvocato Chiovelli, chiedendo la condanna dell’imputata “che ha sottovalutato e non si è assunta il rischio, quando sarebbe bastato fare il medico”.
“Le sentenze si accettano e il fratello e la mamma di Laura accettano questa decisione – il commento a caldo della legale della famiglia nonché cugina della vittima – ma non ci si può esimere dal dire che per otto lunghi anni si è attesa giustizia con la percezione di profonda solitudine e di abbandono da parte proprio di quelle istituzioni che avrebbero dovuto proteggere Laura. E la sentenza di oggi conferma questa percezione. Laura rimane un simbolo per tutti i cittadini che chiedono giustizia per i loro diritti”.
Silvana Cortignani
Ospedale di Belcolle – Donna giù dalla scala antincendio
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


