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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E’ terminata un mese fa la intensa vita terrena di Giorgio Puri e sabato 30 agosto alle 17 lo ricorderemo nella messa di trigesimo nella chiesa di San Lazzaro al Cimitero di Viterbo.
Delle doti umane e professionali dell’avvocato Puri, abbiamo letto una commossa rievocazione nel necrologio pubblicato dall’Ordine degli avvocati viterbesi, e certamente è positivo ed indelebile per i suoi ex alunni il ricordo del professor Puri, docente di Diritto all’istituto Paolo Savi.
Ma Giorgio Puri è stato anche, negli anni ’60 e ’70, nel consiglio comunale di Viterbo e nella vita politica e sociale della Tuscia, un punto di riferimento ed aggregazione, innovatore, credibile, moderato ed al contempo determinato, per coloro che nella Dc si battevano per scelte coraggiose in campo sociale, culturale, economico, e per un numeroso gruppo di giovani che come me, terminati gli studi universitari, cercavano di dare una spinta di ammodernamento e di attenzione anche nel territorio viterbese, alle nuove esigenze di inclusione, partecipazione e cambiamento, di cui la contestazione studentesca e le lotte operaie e sindacali erano, pur se talvolta aspre e purtroppo violente, le espressioni più visibili in quegli anni.
Giorgio aveva iniziato ad interessarsi alle tematiche socio-politiche nei primissimi anni ’60 avvicinandosi al gruppo degli Amici di San Leonardo, caratterizzato da una posizione fortemente critica nei confronti della Dc locale, guidato da Ettore Guidobaldi, un falegname che suppliva al mancato conseguimento di titoli di studio con grandi doti naturali, quali l’intuito, l’impegno tenace e disinteressato al servizio dei bisognosi, la capacità di aggregare e di raccogliere il consenso di una larga fetta di cittadini viterbesi, anche del ceto medio-alto, e di alcuni coraggiosi parroci ed esponenti dell’Azione Cattolica della città, certamente anche grazie al suo ben noto passato nel Partito Popolare, prima dell’avvento del Fascismo.
Giorgio Puri divenne in pochi mesi il nuovo leader di quel gruppo di democristiani critici, riuscendo anche a conquistare la guida della sezione Cappuccini del Partito, operando scelte significative, in un ambiente politico immobile ed ultraconservatore quale era la Dc viterbese degli anni ’60, che pur di avere mani libere arrivò in una tornata elettorale ad escludere dalla lista per il rinnovo del Consiglio Comunale i rappresentanti di quella corrente di opposizione interna.
Assolutamente innovative furono scelte operate da Puri: per garantire la possibilità di discutere e far circolare idee scavalcando la censura interna al Partito e per favorire il contatto con l’opinione pubblica, fu ripresa a partire dal 1961 la pubblicazione del periodico La Vedetta , testata che già era stata propria del Partito Popolare viterbese di inizio ‘900.
In discontinuità evidente con il passato ed anche con la tradizionale e radicata abitudine a guardare, anche nella vita politica ed associativa, solo dentro i confini municipali, la proposta politico-culturale del gruppo guidato da Giorgio Puri, era di attenzione al territorio cioè l’intera Tuscia e non solo rivolta al Capoluogo; una terza importante novità fu il collegamento stabile ed intenso tra questo Gruppo viterbese e la realtà nazionale della corrente interna alla Dc denominata sinistra di Base i cui segni distintivi erano la volontà di dialogo, l’approfondimento culturale, l’approccio moderno e scientifico alla base delle proposte programmatiche, l’adesione ai valori propri del cattolicesimo democratico adulto con conseguente abbandono del clericalismo.
Il risultato di quei primi dieci anni di leadership della sinistra interna alla Dc da parte di Giorgio Puri, fu la sua elezione in Consiglio Comunale nel 1970 insieme a Domenico Mangano ed Ovidio Cusi: la loro capacità di incidere nei dibattiti e nelle scelte operative segnò fortemente il quinquennio di Rodolfo Gigli sindaco di Viterbo, ispirando poi anche l’azione di Agostino Moscatelli, Renzo Salvatori, Enrico Quatrini, consiglieri comunali negli anni successivi.
Un gruppo politico Dc, quello della sinistra di Base viterbese, che aveva superato i limiti del localismo e dalla subordinazione acritica alle scelte del ceto politico romano, con una attività permanente di coinvolgimento dei cittadini dell’intera Tuscia nell’approfondimento delle tematiche e nella elaborazione programmatica.
Ma, al di là dell’interesse che il contesto storico-ambientale fin qui delineato può rappresentare per la conoscenza della storia politica locale nella prima Repubblica, il vero lascito della azione politica che Giorgio Puri ha svolto per almeno quindici anni, con entusiasmo, carisma, modestia e discrezione, sottraendo tempo alla professione ed alla famiglia, è quanto può emergere di utile ed innovativo, pur a distanza di cinquanta anni, da una rilettura dei numeri de La Vedetta pubblicati nel corso degli anni e tutti con Giorgio Puri quale direttore responsabile ed in particolare quelli usciti dal 1969 fino al 1975.
Essi infatti rappresentano un radicale cambio editoriale de La Vedetta, da giornale di dibattito e polemica interna alla DC della città di Viterbo a giornale dedicato ai temi dello sviluppo culturale, politico ed economico della Tuscia ed alla azione delle Istituzioni viterbesi, con particolare attenzione alle scelte della Dc.
Alla realizzazione di questa nuova missione del giornale, su spinta di Giorgio ed in condivisione con lui, ho dedicato in quei cinque anni tempo e cervello, senza sottrarmi alla fatica della correzione delle bozze in tipografia, con la paziente supervisione del sor Archimede Quatrini. Quel giornale fu una concreta ed originale esperienza di promozione culturale, sociale e politica, nata grazie all’intuizione, alla capacità di coinvolgimento di altre persone nell’individuazione e realizzazione degli obiettivi, alla autentica passione civile di Giorgio Puri.
Ma quali contenuti offriva ai suoi lettori il periodico La Vedetta? Innanzitutto gli Editoriali, generalmente firmati da Giorgio Puri: essi davano la linea politica rispetto alle scelte che gli avvenimenti del momento richiedevano, riferite alla vita interna della DC viterbese, ai rapporti con le altre forze politiche, alla conduzione della Amministrazione Provinciale e dei vari Comuni della Tuscia, con grande attenzione, non più esclusiva come negli anni ’60 ma comunque preponderante, alla città di Viterbo.
C’erano poi articoli sulle tematiche di attualità, ed in particolare su: mondo del lavoro, condizione giovanile e studentesca, Associazionismo soprattutto di impronta religiosa, cultura nelle sue varie espressioni, e così via. Un ampio spettro tematico, inusuale per un periodico locale, una novità assoluta nel panorama non certo brillante della stampa viterbese, che necessariamente esigeva l’impegno costante e volontario di un corpo redazionale ampio, motivato, competente.
Ciò si realizzò per La Vedetta grazie all’ingresso nella Redazione di un gruppo di giovani universitari, oltre al sottoscritto particolarmente attivi furono Francesco Mattioli, Mauro Arena, Francesco Di Piero, Enzo Palmisciano, Giovanni Sguario, alcuni dei quali avevano condiviso negli anni 1963-1968 l’esperienza del giornale studentesco viterbese Il Sottobanco: essi furono determinanti per il salto di qualità che La Vedetta operò dal 1969 in poi, diventando giornale di opinione e non più bollettino di una corrente politica.
Solo la dedizione e la competenza di quei giovani redattori, può spiegare la sorprendente qualità e quantità di inchieste, proposte progettuali, approfondimenti tematici che furono i cavalli di battaglia di quei cinque anni de La Vedetta.
Alcuni meritano di essere citati, anche perché ancora di attualità o irrisolti: la proposta per il passaggio alla gestione pubblica delle risorse idriche, allora affidata alla società privata Sicea; la campagna per la valorizzazione delle Terme, sostenuta da studi specialistici tuttora validi; le pagine dedicate a Tuscania ed alla sua ricostruzione dopo il terremoto del febbraio 1971; la Proposta di creazione del Parco Naturale dei Monti Cimini, affiancata dallo svolgimento di un Convegno internazionale sulla difesa della Natura e da una Mostra fotografica di rilievo nazionale; la dura battaglia, motivata da accurati Studi scientifici, per la creazione a Viterbo di una Università Statale, che cancellasse l’esperienza terribilmente provinciale della Libera Università della Tuscia.
Chi ha avuto la pazienza di leggere questo articolo, certamente condividerà l’opinione che Giorgio Puri, animatore discreto e generoso, va ricordato anche per altri meriti oltre quelli professionali.
Umberto Laurenti
