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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – La verità che non arriva mai.
Quando accade qualcosa di serio, e soprattutto di oscuro, scatta sempre lo stesso copione: ognuno corre a dire la sua, ognuno cerca di mettersi in mostra, di guadagnare visibilità.
C’è chi bacchetta i giornalisti, chi si erge a difensore della legalità, chi sussurra retroscena più o meno fondati, ma alla fine, tra dichiarazioni, titoli e “riflessioni”, rimane un dato: nessuno sa veramente cosa è accaduto e chi forse lo sa, tace.
Il risultato? Una nebbia densa fatta di sospetti, ricostruzioni parziali, verità di parte. Una nebbia che non illumina, ma oscura e l’oscurità, si sa, genera paura, ma la paura a chi giova? A chi la usa per rafforzare il proprio potere. Perché con la paura tutto è concesso: controlli più stretti, libertà più deboli, cittadini più docili.
Così una festa popolare, che dovrebbe essere gioia e identità condivisa, finisce per diventare il pretesto per parlare non di tradizione, ma di malavita e il messaggio che passa non è “questa è la nostra comunità”, ma “questa è una città da temere”. Un marchio infame, che resta addosso più a lungo di quanto immaginiamo.
La verità, quella vera, non è un optional, è l’unico antidoto a questa deriva. Finché non si farà chiarezza, i cittadini resteranno ostaggi di chi urla più forte, di chi cavalca la cronaca per farsi spazio, di chi alimenta il sospetto per tenerci in riga.
E intanto, la città perde. Perde credibilità, perde fiducia, perde futuro.
E allora la domanda è semplice: quanto ci conviene vivere nella paura, nell’incertezza, nel non sapere?
Massimo Erbetti
– Saviano bacchetta i giornalisti in prima linea ma dimentica i suoi errori… di Carlo Galeotti
