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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Negli ultimi giorni, il nostro paese è stato scosso da due episodi eclatanti di violenza digitale che hanno riportato con forza al centro del dibattito pubblico il tema della tutela dell’immagine e della riservatezza.
Da un lato, il gruppo Facebook denominato “Mia Moglie”, che contava oltre 32mila iscritti, raccoglieva e diffondeva senza consenso immagini private di donne, denigrandole e umiliandole.
Dall’altro, lo scandalo del sito pornografico Phica, che ha pubblicato fotomontaggi e deepfake anche di figure pubbliche italiane – da leader politiche ad artiste e professioniste – mostrando come le nuove tecnologie possano trasformarsi in strumenti di abuso.
La cornice comune a questi fatti è il possesso e l’oggettificazione: trasformare la partner o una figura femminile in un trofeo da mostrare per affermare potere e controllo. Durante i casi di cybersecurity affrontati in team, insieme a diverse figure professionali – giuristi, psicologi ed esperti informatici – è emerso un punto cruciale: la violenza digitale affonda sempre le sue radici nella riduzione della persona a semplice corpo o immagine, trasformata in oggetto di possesso e terreno fertile per abusi.
Ad alimentare questo processo interviene spesso l’entitlement, la convinzione che il corpo della donna “spetti di diritto” al partner, da usare, esibire, decidere senza dover chiedere consenso, perché il consenso viene dato per scontato.
In questo contesto si inseriscono due fenomeni distinti ma ugualmente devastanti: il revenge porn, cioè la diffusione di contenuti intimi e reali senza consenso, spesso per vendetta o ritorsione; e il deepfake porn, ovvero la creazione di contenuti falsi e manipolati grazie all’intelligenza artificiale, che sessualizzano l’immagine di persone ignare.
In entrambi i casi, le conseguenze sulle vittime sono distruttive: “Non importa se si tratti di immagini reali o manipolate: il danno per la vittima è ugualmente grave, perché si tratta di violazioni della dignità e della libertà personale”.
Il nostro ordinamento giuridico offre già strumenti di contrasto importanti. L’articolo 612-ter del codice penale punisce la diffusione illecita di immagini sessualmente esplicite con pene fino a sei anni di reclusione. Il GDPR (Regolamento UE 679/2016) riconosce a ciascun individuo il diritto alla protezione dei dati personali, alla cancellazione – il cosiddetto “diritto all’oblio” – e alla limitazione del trattamento.
A questi si aggiungono norme che, in caso di deepfake e immagini manipolate, possono configurare i reati di diffamazione, sostituzione di persona e accesso abusivo a sistemi informatici, oltre a responsabilità civili per danni morali e patrimoniali.
“Il GDPR non è solo una norma tecnica, ma uno strumento di civiltà che restituisce potere alle persone sui propri dati. Le vittime possono chiedere la rimozione immediata e pretendere che la loro immagine non venga più usata contro di loro”.
Sul piano pratico, le vittime hanno la possibilità di denunciare immediatamente alla Polizia Postale, richiedere la rimozione dei contenuti alle piattaforme e ai motori di ricerca attraverso i diritti previsti dal GDPR, rivolgersi ad associazioni e centri antiviolenza che forniscono supporto psicologico e legale, e infine agire in sede civile per ottenere un risarcimento.
Quindi “il primo passo è denunciare senza paura. Non bisogna mai sentirsi colpevoli: la responsabilità è sempre e solo di chi diffonde e abusa, non della vittima”.
Questi episodi ci ricordano che la tecnologia non è neutra: amplifica pregiudizi, può diventare arma di violenza e colpire in modo rapido e capillare.
Per questo serve un impegno congiunto di istituzioni, società civile e operatori del web, volto non solo a rafforzare le tutele giuridiche ma anche a promuovere una cultura del rispetto digitale. “Serve una risposta ferma, non solo repressiva ma anche culturale.
La sfida che ci attende è collettiva: proteggere la dignità e la libertà delle persone significa garantire che l’immagine di ciascuno non possa mai essere trasformata in un’arma di offesa.
Avvocato Luigi Todaro
Titolare dello studio legale “LegalWeb
Digital Specializzato nel Diritto delle nuove tecnologie
