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Caso Hassan Sharaf, le lettere scambiate con la madre entrano nel processo

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Viterbo – Durante la detenzione, Hassan Sharaf scriveva. Scriveva tanto. Soprattutto alla madre lontana, in Egitto, da dove era venuto in Italia da minorenne assieme a un cugino a bordo di un  barcone sognando una vita migliore. Nella sua cella è stata trovata la fitta corrispondenza scambiata con la mamma, ma anche lettere tra lui e altri familiari. Tra cui, sembra, anche missive scritte di suo pugno nel periodo antecedente la tragica scomparsa.


Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf

Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf


Ebbene ieri quegli scritti – su cui a suo tempo la procura di Viterbo dispose una consulenza tecnica, affidata a un traduttore – su richiesta del procuratore generale Tonino Di Bona, sono stati acquisiti agli atti del processo per omicidio colposo, in corso davanti al giudice Daniela Rispoli. Imputati l’agente responsabile della sezione d’isolamento Massimo Riccio e la dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili, difesi da Giuliano Migliorati e Fausto Barili. 

Hassan Sharaf è il 21enne egiziano morto all’ospedale Santa Rosa dopo una settimana di agonia nell’estate del 2018: il 23 luglio si era impiccato in una cella d’isolamento della casa circondariale Nicandro Izzo di Viterbo, dove era stato condotto in stato di grandissima agitazione soltanto poche ore prima.


Aida El-Shahat Selim, madre di Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf

Aida El-Shahat Selim, madre di Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf


Al Nicandro Izzo era stato trasferito il 7 giugno 2017 dal carcere romano di Regina Coeli, dove era stato aggredito dal compagno di cella. Il 23 luglio 2018 era scattata per lui la sanzione disciplinare di 15 giorni d’isolamento, perché il precedente 20 marzo aveva opposto resistenza – secondo la penitenziaria, facendosi male – alla perquisizione della sua cella, dove erano stati trovati un telefono e medicinali proibiti.

Parti civili con gli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano i familiari di Hassan ovvero la mamma, la sorella e il cugino con cui era giunto in Italia via mare. A loro si aggiunge l’associazione Antigone, assistita dall’avvocato Simona Filippi. Responsabili civili la Asl di Viterbo e il ministero della giustizia, rappresentati dagli avvocati Romito e Santini.

Quattro mesi prima di morire, il 20 marzo 2018, Sharaf e il compagno di stanza avevano parlato coi collaboratori del garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, lamentando maltrattamenti durante la perquisizione, mostrando loro i segni che aveva sul corpo da riferita aggressione da parte di terze persone, che gli avevano procurato anche una lesione al timpano. A loro disse che aveva paura di stare a Mammagialla, “temo di morire”. “Non manifestando alcun intendimento suicidario”, ha spiegato Anastasia quando ha testimoniato al processo.

A fine mese saranno sentiti gli ultimi testimoni dell’accusa e i testimoni delle parti civili. A novembre toccherà ai testimoni delle difese. 

Silvana Cortignani


Presunzione di innocenza

Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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