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Viterbo – Sono figure fondamentali nel mondo della scuola, eppure restano invisibili. Gli educatori scolastici operano ogni giorno accanto agli insegnanti e agli alunni, costruendo relazioni, sostenendo la socializzazione e favorendo la crescita personale e collettiva. Sono professionisti della psicopedagogia, con competenze socio-relazionali e pratiche, ma ancora oggi collocati in una terra di mezzo tra i docenti di sostegno e gli insegnanti curricolari.
Dietro quel ruolo ibrido si nascondono le vite di centinaia di migliaia di uomini e donne. Eppure la loro condizione resta appesa a un filo di precarietà. A denunciarlo è Damiano Fabbri, educatore scolastico da quindici anni: “Da anni assisto allo stesso identico copione: quello dei ritardi nelle prese di servizio per noi educatori. Quest’anno siamo entrati in classe mercoledì 29 ottobre, a più di un mese dall’inizio effettivo della scuola. Ritardi inconcepibili che generano frustrazione e invalidano i processi di formazione”.
Un problema strutturale, non episodico. “La colpa non è delle singole scuole – chiarisce Fabbri – né delle cooperative per cui lavoriamo, ma di un sistema che va ricalibrato”. Nonostante i ritardi e il dispiacere di non vedere riconosciuta pienamente la propria posizione lavorativa, Fabbri ci tiene a sottolineare come grazie alle cooperative e alla scuola la continuità occupazionale è oggi più garantita e che, sul piano delle tutele, negli anni passi avanti sono stati fatti.
Ma resta un nodo irrisolto: “Noi educatori siamo totalmente allo sbando – denuncia -. Occorre che il nostro lavoro venga fissato a livello normativo e che alla dignità che ogni giorno dimostriamo sul campo corrisponda anche un riconoscimento formale”.
Una richiesta semplice ma urgente: essere messi nelle condizioni di operare con stabilità e rispetto, al pari di collaboratori scolastici e insegnanti. “L’educatore troppo spesso è visto come un lavoro di transizione, un lavoro ponte – conclude Fabbri -. Ma in realtà per molti di noi non è così”.
Barbara Bianchi
