Viterbo – (sil.co.) – Orrore in un centro dei Cimini, dove un padre-patrigno orco avrebbe picchiato e terrorizzato fin dalla più tenera età sia la figlia di primo letto della compagna che i tre avuti da quest’ultima, a sua volta vittima dello stesso trattamento da parte dell’uomo, a processo per maltrattamenti aggravati davanti al collegio presieduto dal giudice Eugenio Turco. Ieri è stata la volta della testimonianza shock della figlia oggi 25enne della ex, che aveva circa 4 anni quando è iniziata la convivenza della coppia, nel corso della quale si sono aggiunti altri tre fratelli: “Ci sto ancora male”.
Violenza sulle donne – foto di repertorio
La giovane, parte offesa al processo in cui la madre è parte civile, ha detto di avere sempre assistito, fin da quando era piccolissima, alle condotte violente dell’imputato: “Schiaffi e pugni per futilissimi motivi erano all’ordine del giorno. Cercava sempre un pretesto, era un demonio. Una volta che la mamma era incinta si guardò allo specchio prima di uscire, perché le sembrava che i pantaloni le andassero troppo stretti e lui la aggredì dicendole ‘Ti specchi il culo? Ma non ti vergogni?’.’ Era geloso di lei. Ogni occasione era buona per uno scatto d’ira, che finiva sempre con le botte“.
Botte anche ai figli. “La prima volta ero davvero piccolissima, pochi anni, di notte avevo sete così presi l’acqua dal frigorifero ma nella bottiglia c’era il vino che la mamma usava per cucinare. Mi disse ‘Che fai? Bevi il vino? Ti faccio vedere io” e mi picchiò. A 13 anni, invece, una sera andai ai giardini con un’amica e sua madre, indossando i pantaloncini.nonostante me li avesse vietati, dicendo che dovevo mettere il vestito. Al rientro mi prese a pugni e schiaffi, dicendomi ‘Zozza, lurida, ti vuoi far guardare da quelli più grandi?’“.
L’uomo avrebbe fatto largo uso di hashish e cocaina. “Siccome mamma non gli dava i soldi che guadagnava lavorando come un somaro, lui li rubava in casa, ribaltava i materassi. A noi figli rubava le mancette. A me ha rubato anche il gruzzoletto che avevo messo da parte facendo l’animatrice al grest della parrocchia. Mi obbligava a chiedere soldi alla nonna, con la scusa di una gita o simili, e poi a darli a lui. Però, al minimo errore mentre facevo i compiti, erano pizze. Lo stesso se a tavola non mi sbrigavo a mangiare o lasciavo un avanzo nel piatto”.
I quattro fratelli sono rimasti tutti a casa con la mamma. “Quando siamo riusciti a buttarlo fuori casa, abbiamo sporto querela. Prima avevamo paura di quello che poteva farci. Il mio porto sicuro era casa della nonna, che abitava sotto di noi”, ha concluso la giovane.
La nonna sarà sentita alla prossima udienza, prima di procedere con discussione sentenza.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
