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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Secondo quanto dichiarato dal segretario generale nazionale della First Cisl, Riccardo Colombani, durante un’audizione al Senato lo scorso 25 settembre 2025, il settore bancario italiano ha perso 75.000 posti di lavoro negli ultimi vent’anni.
Nello stesso periodo, il sistema è diventato uno dei più concentrati d’Europa: l’indice di concentrazione del settore bancario italiano ha triplicato quello tedesco e superato nettamente quello francese.
Questo processo di accentramento, spinto da fusioni e incorporazioni, ha avuto un effetto diretto sulla riduzione della rete: oggi oltre 3.400 comuni italiani, pari al 43,2% del totale, sono privi di una filiale bancaria.
Colombani ha sottolineato come l’attuale modello di banca-impresa, basato su logiche privatistiche e orientato all’efficienza estrema, abbia dimenticato la sua funzione sociale.
Ha pertanto invocato la necessità urgente di un protocollo sull’occupazione, che tuteli i lavoratori, promuova la riqualificazione professionale e ponga limiti all’erosione occupazionale in atto.
Negli ultimi anni, il settore bancario italiano ha attraversato una trasformazione profonda e controversa, alimentata dalla crescente pressione degli investitori e delle autorità regolatorie.
“A farne le spese – dichiara Alessandro Scorsini, segretario della First Cisl di Viterbo – sono stati soprattutto due stakeholder chiave: i clienti e i dipendenti. Il mantra, tanto evocato nei discorsi dei vertici aziendali, dell’attenzione verso “Le nostre persone” sembra oggi svuotato di significato, smentito da dinamiche gestionali orientate unicamente alla massimizzazione dei profitti”.
Le banche, come molte altre imprese, hanno abbandonato la logica del bilanciamento tra interessi differenti per concentrarsi quasi esclusivamente sulle esigenze degli azionisti.
Ne è una conseguenza diretta la progressiva “desertificazione bancaria”: un fenomeno che ha portato alla chiusura di migliaia di sportelli su tutto il territorio nazionale.
“Le motivazioni sono puramente economiche – ribadisce Scorsini – ridurre i costi operativi e migliorare i risultati di bilancio è l’unico motivo. Questa scelta ha un impatto devastante sul tessuto socio-economico, in particolare per un Paese come l’Italia, fortemente caratterizzato da una rete di piccole e medie imprese che necessitano di un rapporto diretto e personalizzato con gli istituti di credito e con un problema sia di infrastrutture che di un’alfabetizzazione digitale che non è al passo con le chiusure. La banca che si allontana dal territorio perde il contatto con la realtà produttiva locale, con gravi ripercussioni sulla coesione sociale e sulla competitività”.
I clienti sono costretti ad adattarsi a un modello bancario sempre più digitale e impersonale.
“Ma anche i dipendenti – afferma Scorsini – stanno pagando un prezzo altissimo. La chiusura delle filiali comporta l’accentramento dei servizi in agenzie spesso inadatte a gestire l’aumento di affluenza. Ambienti sovraffollati, mancanza di privacy rendono il lavoro quotidiano sempre più logorante. Inoltre, la drastica riduzione delle filiali ha compromesso i percorsi di carriera interni, generando demotivazione e frustrazione tra i lavoratori.
In particolare, i giovani che vedono sfumare le opportunità di avanzamento, e i quadri direttivi più grandi, che spesso vengono esclusi da ruoli di responsabilità per meri motivi anagrafici.
Un atteggiamento che solleva gravi questioni morali e di inclusione generazionale”.
In conclusione, il sistema bancario italiano si trova oggi davanti a un bivio: continuare a inseguire l’efficienza a ogni costo, sacrificando capitale umano e coesione territoriale, oppure intraprendere una nuova stagione di responsabilità sociale, in cui i lavoratori – giovani e senior – tornino a essere considerati una risorsa strategica, e i clienti non solo numeri ma persone.
La sfida è aperta e non riguarda solo le banche, ma il futuro stesso dell’economia reale italiana.
First Cisl di Viterbo
