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Viterbo – (sil.co.) – Coppia vittima degli strozzini sotto Covid, anche l’udienza di ieri del processo a quattro presunti usurai-estortori ha scavato nella vita del ristoratore presunta parte offesa.
Il pubblico ministero Michele Adragna ha citato come testimone un allora collaboratore dello studio di tatuaggi dei due imputati, un consulente finanziario del ristoratore, un carabiniere e il quinto imputato che ha patteggiato il quale, essendo coinvolti fratello e cognata, si è avvalso della facoltà di no rispondere.
Ancora buffi. “Il ristoratore mi aveva parlato delle sue difficoltà economiche, per cui chiesi ai tatuatori se potevo fidarmi, dopo di che gli ho prestato diecimila euro, dati nelle sue mani, in contanti, di cui mi ha restituito solo la metà, ovvero cinquemila euro. Loro non c’entrano, è stata una cosa tra me e lui”, ha riferito, escludendo il “prestito collettivo”.
Il consulente finanziario, spiegando di avergli procurato 100mila euro tra mutui, finanziamenti e leasing commerciali, ha detto di avanzare ancora dalla presunta vittima di usura una somma attorno ai seimila euro di consulenze fatte e non pagate.
Il teste ha affermato di non sapere nulla della ludopatia se non per sentito dire nonché di ignorare investimenti in diamanti e aste di pesce, nonostante per il pm Adragna lo smentiscano le intercettazioni, secondo cui il professionista avrebbe preso parte a tre aste di pesca da 25mila, 30mila e 12mila euro.
Ha detto, in compenso, di sapere che, nel periodo di presunte difficoltà economiche, il ristoratore, rivolgendosi direttamente alla concessionaria, si sarebbe preso una supercar extra lusso da 60mila euro: “Cu andava in giro, era sotto gli occhi di tutti”.
Il carabiniere ha invece svelato come nelle note del telefonino dell’imputato albanese di Terni fossero conservati dei numeri apparentemente riconducibili ai debiti di usura del ristoratore, tra il 12 agosto 2020 e il 28 dicembre 2020, in cui compaiono cifre come 47100, 18mila, 10mila, una lunga serie di 500 a agosto, con o senza il segno più. “Numeri”, ha sottolineato il difensore Menichetti, durante un tirato contro esame.
Imputati un tatuatore e la moglie, di 46 e 47 anni, un 52enne di Castel Giorgio e un albanese di 32 anni residente a Terni. Vittime, l’imprenditore e la compagna che all’epoca gestiva una pescheria, parti civili con gli avvocati Giovanni Labate e Enrico Valentini.
Gli iniziali cinque imputati, tra cui quello che ha patteggiato una pena definitiva di un anno e otto mesi, furono arrestati quattro anni fa nel corso di un blitz dei carabinieri, scattato all’alba del 26 aprile 2021. L’avvocato Roberto Massatani difende col figlio Francesco il 52enne di Castel Giorgio, C.C., che avrebbe fatto da mediatore-portavoce tra le vittime e la coppia di imprenditori viterbesi M.B. e M.B., di 47 e 46 anni, entrambi difesi dall’avvocato Massimo Finotto del foro di Terni. Ha patteggiato il fratello dell’uomo, mentre l’altro imputato è un albanese 33enne residente a Terni, A.L., difeso dall’avvocato Fabio Menichetti del foro di Roma.
Si torna in aula a fine novembre, quando i difensori dovranno far sapere al collegio se gli imputati intendono sottoporsi a esame.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.

