Mammagialla – 23 luglio 2018 – Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia
Viterbo – Detenuto impiccato in una cella d’isolamento di Mammagialla il 23 luglio 2018, per la morte del 21enne egiziano Hassan Sharaf ieri ha testimoniato per le parti civili la nota criminologa “televisiva” Flaminia Bolzan Mariotti Posetto, psicologa romana di 38 anni. È ripreso così il processo a una dottoressa della Asl e a un penitenziario, difesi dagli avvocati Fausto Barili, Mario Brizzi e Giuliano Migliorati.
La consulente nominata per i familiari dagli avvocati Giacomo Barelli e Michele Andreano, sostituito dal collega Mattia Capogrossi, è stata sentita sui motivi per cui Sharaf, dal 3 febbraio 2017 sia stato sottoposto su decisione della psichiatra del carcere di Regina Coeli ad altissima e poi ad alta sorveglianza, prima di essere trasferito senza alcuna disposizione a Viterbo, a luglio 2217, un anno prima della tragedia.
Bolzan, basandosi sulla documentazione ricevuta, tra cui il video di Sharaf schiaffeggiato e “blindato” in della d’isolamento da due penitenziari dopo essersi fatto dei tagli alle braccia, ha riferito: “Per me era un soggetto fragile, per la giovane età e la tossicodipendenza, per la personalità dai tratti antisociali e borderline e naturalmente la condizione di detenzione”. A Regina Coeli sarebbe finito dalla psichiatra, anche lei sentita ieri come testimone, perché avrebbe minacciato di suicidarsi.
Consulente di parte civile – La criminologa Flaminia Bolzan Mariotti Posetto
Al Nicandro Izzo lo ha visitato due volte, il 23 aprile e il 1 giugno 2018, su sua richiesta, uno psichiatra della Asl, che se lo ricorda come “un ragazzo giovanissimo, tranquillo, allegro, socievole, ben inserito, abbiamo scherzato molto, disponibile, collaborativo, senza alcun sintomo psichiatrico, con pregressi problemi a Regina Coeli in seguito alla tossicodipendenza per cui era stato sottoposto a sorveglianza e affidato in cura al Serd, che prendeva un farmaco sedativo e antistaminico leggerissimo solo per favorire un sonno sereno”.
Non avrebbe riferito allo psichiatra del presunto pestaggio di marzo da parte dei penitenziari durante la perquisizione della cella dove furono rinvenuti farmaci proibiti, cui avrebbe opposto resistenza, per cui il 23 luglio è stato sottoposto alla sanzione disciplinare dell’isolamento, sfociata nel suicidio del 21enne.
Né avrebbe detto del pestaggio, nonostante i rapporti cordiali, alla “educatrice” con cui ha avuto 6-7 colloqui, che lo avrebbe invece saputo dal suo compagno di cella, che ha poi chiamato il garante dei detenuti, ai cui collaboratori Sharaf avrebbe raccontato l’accaduto e mostrato i lividi.
Tribunale di Viterbo – Stefano Anastasia, garante dei detenuti del Lazio
La prima a testimoniare è stata invece un’altra “educatrice”, che ai tempi di Sharaf era responsabile in media del “controllo” di circa 160-180 detenuti, contro i 50 a testa previsti dalla legge per lei e i colleghi.
Colpo di scena, la testimone ha negato di essere mai stata sentita a sommarie informazioni dai carabinieri, nonostante un verbale a sua firma del 7 agosto 2018, quando sarebbe stata ascoltata in carcere. È finita col pocuratore generale Tonino Di Bona che ha chiesto al giudice Daniela Rispoli il rinvio degli atti alla procura perché si indaghi se abbia dichiarato il falso la teste o, in caso contrario, siano stati i carabinieri a commettere un falso in atto pubblico.
Incidente di percorso a parte, la donna ha parlato del “giovane adulto” Sharaf, con cui ha avuto quattro colloqui, il primo al suo ingresso in carcere, come di “un ragazzo normale, né triste né depresso, anzi sorridente, tossicodipendente come lo sono purtroppo la maggior parte dei detenuti, mai sottoposto a sorveglianza speciale o segnalato a psicologo o psichiatra, che telefonava spesso alla mamma e aveva chiesto di essere trasferito a Rebibbia come la gran parte dei detenuti, per il quale non si è mai parlato di rischio suicidario e che non ha mai riferito di percosse dai penitenziari”.
Si torna in aula a novembre, quando sulla vicenda saranno sentiti due detenuti, sempre che si riescano a trovare, perché di uno si sarebbero perse le tracce, anche se esistono i verbali delle sommarie informazioni rilasciate a suo tempo ai carabinieri.
Silvana Cortignani
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


