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Viterbo – “Ringrazio chi in questi tre anni ha creduto e crede nel cambiamento, in un presente che ci chiede di rispondere a domande e difficoltà”. Il vescovo della diocesi di Viterbo, Orazio Francesco Piazza a margine dell’assemblea annuale diocesana che ha visto come protagonista don Gianfranco Calabrese, vicario episcopale della diocesi di Genova.
Calabrese ha tracciato le linee guida di una chiesa che deve camminare insieme alla gente con un intervento intenso, pieno di empatia sorrisi e intensità. “I primi cristiani si chiamavano ‘frates’, fratelli. E la chiesa non si chiamava chiesa, ma ‘via’. E questo dobbiamo fare, camminare insieme in cammino con speranza e con entusiasmo”.
Da Churchill, al piccolo Principe, tante le citazioni e gli aneddoti per raccontare e chiarire come i sacerdoti debbano essere vicini alle persone, e come tutti, religiosi e laici debbano partecipare alla vita delle comunità, umane prima che ecclesiali, con amore e con gioia.
È il vescovo Piazza a tracciare per Tusciaweb un bilancio dei primi tre anni di ministero episcopale a Viterbo.
Ieri è stata una giornata importante di confronto per la diocesi. Che significato ha questa assemblea?
“Siamo partiti dalla domanda che chiesa siamo noi. L’anno scorso abbiamo parlato di speranza. Quest’anno dobbiamo pensare alla struttura ecclesiale. Sono già nate comunità pastorali che hanno accorpato diverse realtà affidate ad un solo parroco, ed altre ne nasceranno presto. Non è solo nè tanto lo svuotamento delle comunità nei piccoli borghi. Ma perché la chiesa deve essere il popolo Dio e deve assumere la funzione di accompagnamento. La parrocchia non deve essere vista come un hortus conclusus. Bisogna mettere in rete le varie realtà e garantire a tutti i servizi di formazione, caritatevoli, e quelli umani e sociali. Ho voluto incontrare anche i sindaci per creare una collaborazione”.
Lei ha voluto chiamare questa assemblea annuale diocesana ‘Campanili in rete’. A ribadire un senso di appartenenza. Quanto è importante?
“Grazie, è opportuna questa precisazione. Non è un titolo buttato lì. È un’espressione che ho usato con i sindaci. Non dobbiamo negare l’appartenenza alle proprie radici e al proprio campanile. Ma il proprio campanile deve essere messo in rete e in condivisione con gli altri campanili. Non è una somma di campanili, ma è il modo di vederli legati che ne comprende le specificità. Ad esempio alcuni comuni hanno presentato insieme i progetti per il Pnrr. Un esempio virtuoso dove ci si aiuta reciprocamente”.
Lei ha parlato di comunità pastorale. Per il centro storico quale è la visione, in una situazione che vede sempre meno residenti e sempre più presenti culture e sensibilità diverse?
“Questa è la vera sfida, il centro storico. Dobbiamo fare in modo che ognuno si riconosca nel proprio campanile, andando oltre alla mentalità di chi è abituato alla messa a casa. Se una messa sta non sotto casa ma in un’altra chiesa, anche quella è casa mia. Quindi si deve partecipare ad una comunità che ci appartiene”.
Lei non solo da vescovo ma da abitante del centro storico quale è la strada per riportare le persone a vivere in centro?
“San Faustino e la Trinità sono i due luoghi di maggiore attenzione ecclesiale e sociale; c’è una situazione particolare con un multiculturalismo molto accentuato, e delle volte è proprio difficile il contatto, il dialogo. Proprio anche per la differenza nel linguaggio, oltre che religiosa. Per questo abbiamo aperto la celebrazione della messa in varie lingue, cominceremo domenica nella chiesa di san Faustino. Un cattolico di diversa estrazione culturale deve sentirsi a casa sua, anche qui”.
Il suo bilancio dopo tre anni a Viterbo?
“All’inizio ero preoccupato. Ma la disponibilità dei sacerdoti e anche dei laici che si sono sentiti protagonisti di un percorso condiviso insieme, mi ha incoraggiato. Anche se la mentalità che lei conosce bene pone a volte ostacoli, non mi sono fermato e non mi fermo davanti alle difficoltà, ma ho guardato ai progetti potendo contare su persone a 360 gradi molto disponibili. E’ un’avventura che dovrà continuare. Vedo i consolidamenti, soprattutto nei collaboratori e che cominciano anche a pagare il prezzo di ciò che significa essere guida, orientare un cammino, sostenere un cambiamento di mentalità. Voglio dire grazie a tutti perché hanno creduto in questa possibilità e chi ha creduto in questa possibilità mostra segni di grande maturità ecclesiale e anche sociale”.
Che significato ha per Viterbo secondo lei la sua presenza?
“La mia presenza qui corrisponde a un disegno del signore. Il mio modo di approccio alla chiesa e di leggere la realtà attraverso l’esperienza maturata credo sia stato il motivo per cui una presenza di questo tipo potesse non mettere in discussione quanto già vissuto prima, ma orientare secondo le necessità ecclesiali che oggi sono assolutamente una provocazione continua, perché bisogna allenarsi a rispondere alle difficoltà”.
Irene Temperini





