Viterbo – I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione (DNA) sono, oggi, una vera e propria epidemia sociale, che durante e dopo il Covid ha conosciuto un incremento consistente e ha visto un abbassamento dell’età media di insorgenza della patologia.
Ce lo conferma la dott.ssa Laura Dalla Ragione, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Psichiatria e riabilitazione dei Disturbi del Comportamento Alimentare della USL Umbria 1, che incontriamo nella sede del Centro DCA di Palazzo Francisci a Todi.
“Secondo l’ultima rilevazione del Ministero della Salute – spiega – soffrono di questo tipo di disturbi più di 3 milioni di persone in Italia, di cui il 30% è sotto i 14 anni. Parliamo di una popolazione diffusa in tutte le regioni.
Dopo il Covid, peraltro, assistiamo a un progressivo abbassamento dell’età di insorgenza della malattia e una crescita dei DNA anche tra i maschi, che rappresentano adesso il 20%. Sono la seconda causa di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali. I dati del 2023 ci dicono che sono morte più di 3.000 persone per diagnosi correlate ai disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, soprattutto complicanze organiche e suicido, in un rapporto di 1 a 6.
Contrapposto a tutto questo, dobbiamo registrare una progressiva scarsità di risorse, che rende più complicato il nostro lavoro.
La dott.ssa Laura Dalla Ragione
In Italia, oggi, abbiamo 210 strutture sanitarie e 50 associazioni di familiari, che si occupano di DNA. – prosegue la dott.ssa Dalla Ragione – Molte sono strutture parziali, ma soprattutto sono diffuse a macchia di leopardo sul territorio nazionale. La metà delle regioni non ha una rete completa di assistenza, molte non hanno nessuna struttura, altre hanno parziali strutture di assistenza. Questo significa che il paziente e i familiari devono, troppo spesso, andare in cerca di strutture adeguate, allungando i tempi di arrivo alla cura, e invece il tempo è un fattore determinante. Prima si interviene più è facile che la cura abbia successo. Altrettanto importante è anche la continuità delle cure, ovvero poter avere a disposizione tutti i livelli di cura necessari.
E in Umbria qual è la situazione attuale?
In Umbria, in particolare, gli ultimi dati del Ministero della salute ci parlano di 18mila persone ammalate di Dna, un numero elevato, in trend con il resto del Paese. Molto alto il numero dei pazienti under 14. La differenza, sostanziale, è che nella nostra regione abbiamo una rete di servizi adeguata e completa sia per quanto riguarda la USL1 che la USL 2, in grado di far fronte alla necessità di cure con tempestività.
Il centro Verdeluce situato nella campagna di Montecchio nella Tuscia umbra
Cosa si sta facendo di più, di nuovo o di meglio rispetto al passato per la cura dei DNA?
Il fenomeno è scoppiato alla fine degli anni 90, e da allora abbiamo acquisito, sicuramente più competenze scientifiche per comprenderlo e affrontarlo. Oggi dai DNA si può guarire. I sistemi di cura sono andati molto avanti da allora, ma è indispensabile un intervento tempestivo e multidisciplinare e specializzato. I dati che ho esposto prima ci dicono anche che la maggior parte delle persone che muoiono non sono arrivate alle cure.
Se siamo avanti dal punto di vista clinico, non lo siamo altrettanto rispetto alla prevenzione. Per troppo tempo, i disturbi del comportamento alimentare sono stati sottovalutati, vi è stata una scarsa conoscenza e un approccio superficiale. Tutto questo, unito alla presenza di numerosi fattori di rischio, ha fatto si che non si sia riusciti a fare una prevenzione adeguata. In realtà, di fronte a un’epidemia di questo tipo dovremmo investire molto sulla prevenzione.
Come si riconosce un DNA?
Il DNA èuna patologia che riguarda il corpo e l’alimentazione. Tendenzialmente si mettono in atto comportamenti molto ripetuti, l’ossessione per il corpo, per l’attività fisica, l’eliminazione di grandi categorie di cibo, una eccessiva focalizzazione sul corpo e sul peso. Ma questo è solo l’epifenomeno, ovvero quello che si vede; in realtà i DNA sono veri e propri disturbi psichici, che comportano un evidente cambiamento del carattere, del tono dell’umore; i ragazzi che soffrono di DNA si spengono, non mostrano più interesse per la vita. Comportamenti ripetuti rispetto al cibo, accanto a un atteggiamento depressivo ci devono far sospettare che sta succedendo qualcosa e, quindi, è bene rivolgersi subito ai centri medici specializzati. Anche, magari, per sentirsi dire che non c’è nulla.
I laboratori di Fondazione Cotarella
Quindi, esattamente, a chi ci si deve rivolgere?
La prima stazione possono essere i medici di base e i pediatri di libera scelta che, se adeguatamente informati, sanno intercettare subito la problematica. Inoltre, i genitori che si accorgono di comportamenti ripetuti sull’alimentazione e di un cambiamento di umore del proprio figlio possono contattare il Numero Verde 800 180 969 del Ministero, per conoscere il centro specializzato più vicino.
Fondamentali sono anche i centri di ascolto, che hanno il compito di ascoltare, appunto, e indirizzare il paziente verso le terapie più adeguate. L’importanza del centro di ascolto sta anche nel facilitare la collaborazione del paziente ad accettare la proposta di cura.
Di centri di ascolto ce ne sono diversi in tutta Italia. In Umbria, ad esempio, possiamo contare su quello della Fondazione Cotarella a Verdeluce, che oggi è un punto non sanitario di riferimento per ragazzi e ragazze che hanno bisogno e per le loro famiglie o per gli educatori.
Tornando, alla prevenzione, quanto è importante e come si fa un’adeguata prevenzione dei DNA?
Il Ministero ha individuato quattro livelli sui quali fare prevenzione, ovvero la scuola, lo sport, i social media e la cosiddetta diet industry. Quattro aree in cui si riscontra una maggiore diffusione dei fattori di rischio del disturbo e, quindi, sulle quali si deve e si può intervenire con la prevenzione.
In termini preventivi, infatti, si lavora non tanto sull’informazione, cioè su cosa è l’anoressia o la bulimia, ma sui fattori di rischio e, di conseguenza, sui fattori protettivi. I primi sono ad esempio, l’ossessione per l’immagine corporea, l’insoddisfazione corporea, la gestione delle emozioni, le dipendenze compresa la food addition. Quindi sui fattori culturali, come la pressione sociale, l’ossessione per il cibo, l’uso dei social media.
Per fare un esempio concreto, quando si fa prevenzione nelle scuole si lavora separatamente su insegnanti e genitori da un lato e alunni dall’altro. Ai genitori e agli educatori si spiegano gli aspetti della patologia, ma ci si confronta anche sui temi della genitorialità e dell’educazione. Con i ragazzi, invece, si lavora sull’autostima, sull’insoddisfazione corporea, sulla gestione delle emozioni, sulla sessualità. Tutti aspetti che sono legati alla gestione del corpo, che per loro a quell’età è un grande teatro di malessere, sul quale si concentrano fenomeni patologici, come l’autolesionismo, le patologie psicosomatiche. Questo è tanto più vero per le ragazzi, ma ora anche per i maschi.
Fondazione Cotarella
In tal senso, quindi, sono necessarie anche strutture non sanitarie di supporto alla fase clinica?
Per tutte le patologie psichiche sono molto importanti le strutture che lavorano sia prima che si conclami il disturbo, cioè nella fase di prevenzione e poi dopo, finite le cure. Quando una persona, soprattutto un giovane, ha attraversato una malattia come quella dei DNA ha perso tempo e spazio di socializzazione, il suo mondo è cambiato. Quindi, una volta finite le cure, è importante che i pazienti in fase di remissione possano sperimentarsi in ambienti protetti, che non siano ancora quelli della scuola e del lavoro. Una sorta di riabilitazione al mondo reale.
In tal senso, ad esempio, Fondazione Cotarella rappresenta un esempio virtuoso, offrendo a tanti ragazzi l’opportunità di sperimentare attività varie, di sport, laboratoriali, relazionali, e permettendo loro di riavvicinarsi al mondo, in un modo e un ambiente protetto, non sanitario, ricco di energie positive e di condivisione.
Fondazione Cotarella è, dunque, a disposizione di quanti vivono un momento di fragilità sia via mail all’indirizzo info@fondazionecotarella.com, sia contattando il centro di ascolto al numero telefonico 346 1185435. Per ulteriori informazioni sulla Fondazione e le sue attività e gli eventi in programma è possibile visitare il sito www.fondazionecotarella.com



