Madonna di Trevignano – Luigi Avella e Gisella Cardia
Civitavecchia – (sil.co.) – Dalla viterbesissima santa Rosa alla Madonna di Trevignano. Tra le presunte vittime della veggente del lago di Bracciano anche il regista del film sulla patrona, Luigi Avella, che ha donato 123mila euro e che sarebbe ora pronto a costituirsi parte civile al processo per truffa aggravata in concorso a Maria Giuseppa Scarpulla e il marito Gianni Cardia, al via il prossimo 7 aprile davanti al tribunale di Civitavecchia. Avella, assistito dall’avvocato Francesco Pace, si costituirà parte civile con la moglie Francesca Pepe.
Madonna di Trevignano – Il documento pubblicato dal Corriere
Nel frattempo sui maggiori quotidiani italiani si dà notizia di un verbale dei carabinieri, esibito dal Corriere della Sera in cui i militari, elencando la restituzione di tre diverse statue della Madonna compresa quella della teca trasparente e il quadro di Cristo, aggiungono “si dà atto che, su richiesta dei coniugi Cardia, lo scrivente ha constatato la presenza su uno dei volti delle statue di sostanza trasparente, presumibilmente acqua”. Secondo la difesa potrebbe far vacillare l’intero quadro accusatorio. Lacrime?
Viterbo – Le riprese del film di santa Rosa a San Pellegrino
Le indagini sono scattate proprio in seguito alla denuncia di Luigi Avella, portando la diocesi di Civita Castellana a dichiarare la non autenticità dei fenomeni, invitando i fedeli a non partecipare ai raduni di preghiera.
Luigi Avella, che ha oggi 73 anni, è il regista del lungometraggio “Rosa da Viterbo” (in tutto oltre 400 attori e figuranti), laureato in giurisprudenza alla Lumsa nonché in teologia presso la Pontificia Università Lateranense, ex funzionario del ministero dell’economia. Nel 2017 ha girato il film su Santa Rosa. Nel 2018 è entrato in contatto con la veggente.
Madonna di Trevignano – La sedicente veggente Gisella Cardia
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.



