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Egisto Bianconi: “Stiamo costruendo una sanità pubblica più solida e più vicina ai cittadini”

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Viterbo – (c.g.) –  “Stiamo costruendo una sanità pubblica più solida e più vicina ai cittadini”. Il direttore generale della Asl, Egisto Bianconi, fa il punto sull’anno passato e guarda alle sfide del 2026. 
Il 2025 è stato il primo anno formale di Bianconi come direttore generale della Asl di Viterbo, dopo quasi due anni da commissario straordinario. Un periodo segnato da grandi interventi strutturali, investimenti tecnologici, nuove assunzioni e da una riorganizzazione profonda dei servizi sanitari, con l’obiettivo di rafforzare la sanità pubblica e renderla più vicina ai bisogni dei cittadini.

Egisto Bianconi

Egisto Bianconi


È stato il suo primo anno alla guida dell’azienda sanitaria come direttore generale. Qual è il bilancio complessivo di questo debutto da direttore generale e quali criticità ha dovuto affrontare con maggiore urgenza?
“Il 2025 è stato formalmente il mio primo anno da direttore generale, ma è arrivato dopo quasi due anni di lavoro come commissario straordinario alla guida della stessa azienda. Questo ci ha consentito di garantire continuità e, soprattutto, di partire subito da un grande lavoro di programmazione e analisi dei bisogni, necessario per capire dove intervenire e come farlo nel modo più efficace.

È stato un lavoro meno visibile, ma fondamentale. E, forse, questa è stata la criticità maggiore: non essere in grado da subito di dimostrare l’enorme sforzo di analisi e di progettazione che stavamo mettendo in campo.

Ma già nel 2025 abbiamo prodotto dei risultati concreti e tangibili che danno, chiaramente, un senso del cambiamento in corso.

Penso, ad esempio, all’inaugurazione del nuovo ospedale Santa Rosa, un passaggio storico per il territorio, ma anche ai tanti interventi che stanno cambiando il volto dei servizi: il nuovo pronto soccorso, più moderno e funzionale; il nuovo laboratorio analisi del Santa Rosa; gli investimenti in tecnologie avanzate; e gli interventi sugli ospedali della provincia, da Civita Castellana a Tarquinia, fino ad Acquapendente, per rafforzare l’offerta sanitaria anche fuori dal capoluogo e tutto il lavoro di ridisegno complessivo dell’offerta territoriali.

Sono risultati che nascono da una visione precisa: difendere e potenziare la sanità pubblica, rendendola più solida e capace di rispondere ai bisogni reali delle persone.

Il 2026 sarà un anno decisivo. Le basi costruite in questa prima fase inizieranno a trovare, sempre più, una sintesi compiuta, con la messa a terra di nuove progettualità e di un modello organizzativo di sanità più vicino ai cittadini, capace di offrire risposte di qualità in modo proattivo, accompagnando le persone nei percorsi di cura e non intervenendo solo quando il problema è già esploso. Penso, ad esempio, all’entrata in funzione delle nuove Case e dei nuovi ospedali di comunità. È questa la sfida che abbiamo davanti e su cui stiamo lavorando”.

L'inaugurazione della nuova ala dell'ospedale Santa Rosa - Francesco Rocca

L’inaugurazione della nuova ala dell’ospedale Santa Rosa – Francesco Rocca


L’apertura della nuova ala dell’ospedale Santa Rosa è uno dei passaggi centrali del 2025. Quali servizi verranno consolidati in questi nuovi spazi e come cambierà l’assetto del presidio?
“La nuova ala, il corpo A3, è di fatto una moderna torre chirurgica. Oggi ospita chirurgia generale oncologica, chirurgia vascolare, chirurgia a ciclo breve, ortopedia e urologia, tutte unità operative già presenti ma ricollocate in spazi più funzionali, direttamente collegati al blocco operatorio.

L’ampliamento ha consentito di aumentare la dotazione complessiva dei posti letto da 326 a 455, con un forte rafforzamento dell’area chirurgica, che passa da 82 a 155 posti, e un incremento anche dell’area medica.

Questo significa maggiore capacità di presa in carico, soprattutto per le patologie tempo-dipendenti e per quelle oncologiche, e una migliore gestione dei ricoveri programmati.

Dal punto di vista dell’assetto complessivo, la nuova torre chirurgica ci permette ora di ripensare i blocchi preesistenti per costruire una vera e propria “torre medica”, omogenea per standard e percorsi, riducendo i trasferimenti interni, separando i flussi di urgenza e di elezione, e migliorando l’accoglienza dei pazienti e dei loro familiari. È un elemento strutturale che segna il passaggio da un ospedale “costruito per addizioni” a un presidio più ordinato, coerente e leggibile per l’utenza”.

Viterbo - L'ospedale Santa Rosa

Viterbo – L’ospedale Santa Rosa


La denominazione ufficiale dell’ospedale come Santa Rosa ha avuto un forte valore identitario per la città. Che significato attribuisce a questo passaggio e come pensa possa incidere sulla percezione dei cittadini? E chi ha pensato a questo nome?
“L’intitolazione dell’ospedale a Santa Rosa non è solo una scelta simbolica, ma fa parte di un percorso più ampio. Stiamo lavorando perché il presidio ospedaliero di riferimento della provincia di Viterbo diventi sempre più un ospedale di rilevanza regionale, capace di attrarre competenze, offrire servizi di qualità e rappresentare un punto di riferimento, non solo per il territorio, ma per tutto il Lazio.

In questo senso, il grande processo di riqualificazione in corso non riguarda soltanto gli aspetti tecnologici e strutturali, ma anche l’identità stessa dell’ospedale. Pensiamo al nuovo piazzale, agli spazi rinnovati, all’immagine complessiva della struttura: tutto è finalizzato a rendere l’ospedale di Viterbo sempre più riconoscibile e, soprattutto, un luogo con cui i cittadini possano identificarsi. Un ospedale che sia davvero “l’ospedale dei viterbesi” e, allo stesso tempo, uno degli ospedali di riferimento della regione Lazio. 

Da qui la scelta di collegare in modo indissolubile questa struttura a santa Rosa, la patrona dei viterbesi. È stata una scelta sostenuta anche dai rappresentanti istituzionali locali e regionali, che la giunta guidata dal presidente Rocca ha poi formalmente deliberato. Ma ciò che conta davvero è quello che è accaduto dopo.

A pochi mesi dall’inaugurazione, oggi tutti i viterbesi chiamano naturalmente il loro ospedale Santa Rosa. È il segno che quel nome, in realtà, era già nel cuore delle persone, prima ancora di diventare ufficiale. Questo rafforza il senso di appartenenza e contribuisce a costruire fiducia.

E questa identità si accompagna alla qualità: parliamo di una struttura che inizia già ad essere riconosciuta a livello nazionale, inserita tra i migliori ospedali italiani secondo Newsweek e premiata con i Bollini Rosa. Un ospedale che unisce radici profonde e capacità di guardare avanti.

Il Santa Rosa non è solo un luogo di cura, ma un presidio che rappresenta la comunità, la sua storia e la sua ambizione di avere una sanità pubblica forte, moderna e all’altezza delle sfide future”.

Civita Castellana - L'ospedale Andosilla

Civita Castellana – L’ospedale Andosilla


Civita Castellana, Acquapendente e Tarquinia restano nodi strategici nella rete sanitaria provinciale. Quale ruolo avranno questi presidi nei prossimi anni e quali funzioni saranno potenziate o ripensate?
“La programmazione e l’attuazione della pianificazione strategica della Asl di Viterbo puntano a una crescita complessiva dell’intera rete ospedaliera provinciale, non a uno sviluppo a compartimenti stagni. L’obiettivo è chiaro: un ospedale Santa Rosa sempre più affermato a livello regionale e, allo stesso tempo, un potenziamento significativo degli altri presidi, ciascuno con una propria identità e una funzione ben definita all’interno della rete. 

Questo approccio serve a evitare sovrapposizioni e dispersioni, ma soprattutto a riconoscere a ogni ospedale una rilevanza specifica, capace di rispondere in modo mirato ai bisogni dei cittadini.

In questo quadro, Tarquinia sarà sempre più caratterizzata da una forte offerta in ambito ortopedico e, in particolare, dalla chirurgia elettiva, a partire dagli interventi protesici. Una scelta che consente di garantire qualità, continuità e tempi certi per prestazioni molto richieste.

Civita Castellana continuerà a sviluppare alcune linee di attività chirurgiche e i percorsi clinici a esse collegati, come la chirurgia bariatrica, valorizzando competenze specifiche e rafforzando il ruolo del presidio all’interno della rete provinciale.

Acquapendente avrà un ruolo centrale nel garantire un’offerta di salute forte e qualificata in un bacino territoriale ampio e diffuso. L’obiettivo è farne un presidio di riferimento per l’Alta Tuscia, capace di rispondere ai bisogni di prossimità ma anche di attrarre cittadini provenienti da fuori regione, offrendo servizi affidabili e riconoscibili.

Questo processo di potenziamento non è un’idea astratta, ma è già in corso grazie a importanti investimenti strutturali e tecnologici, indispensabili per rendere concrete queste scelte strategiche. È così che stiamo costruendo una rete ospedaliera più solida, integrata e capace di guardare al futuro, in cui ogni presidio contribuisce, con la propria specificità, a rafforzare la sanità pubblica del territorio”.

Il 2025 è stato segnato da difficoltà nel reperire personale e da nuove assunzioni in alcuni reparti. Qual è oggi la situazione e quali strumenti adotterà per garantire stabilità e qualità nei servizi?
“Il punto di partenza è l’importante lavoro che stiamo portando avanti sul piano assunzionale, che rappresenta un segnale chiaro della forte volontà della regione Lazio di tutelare e rafforzare il servizio sanitario pubblico.

Nel solo 2025 la Asl di Viterbo ha avviato e concluso numerose procedure concorsuali, che hanno portato all’assunzione di 296 professionisti, di cui 96 medici, 72 infermieri e 80 operatori socio sanitari, a cui si aggiungono ulteriori assunzioni già programmate. Sono numeri importanti, che testimoniano una scelta politica precisa: investire sul personale per garantire continuità e qualità dei servizi.

Detto questo, è corretto ricordare che il problema del reperimento di professionisti sanitari non riguarda solo Viterbo, ma l’intero Paese. In alcune discipline – come la medicina d’emergenza, l’anestesia, alcune specialità pediatriche e la salute mentale – la carenza è strutturale e aggravata da criticità note, come la scarsa attrattività di alcune scuole di specializzazione e il contesto complessivo in cui oggi operano i professionisti della sanità.

Per garantire stabilità e qualità nei servizi stiamo lavorando su alcune direttrici principali.

Tra queste l’attrattività, ovvero migliorare gli ambienti di lavoro, investire in tecnologie moderne, offrire percorsi di crescita professionale e rafforzare l’integrazione con la rete regionale, perché oggi la qualità del contesto lavorativo è determinante quanto l’assunzione stessa.

E, ancora, l’organizzazione: adottare modalità organizzative più efficaci, in grado di gestire le criticità ancora esistenti e garantire comunque risposte adeguate ai cittadini. 

È un percorso complesso, ma coerente con la strategia che stiamo portando avanti: rafforzare la sanità pubblica partendo dal suo elemento più prezioso, le persone che ogni giorno ne garantiscono il funzionamento”.

Il Santa Rosa ha ottenuto una valutazione “molto alta” nel Programma nazionale esiti per l’area neurologica. Da dove arriva questa performance e quali obiettivi si pone per consolidarla nel 2026?
“La valutazione “molto alta” ottenuta dal Santa Rosa nel Programma nazionale esiti per l’area neurologica non è un risultato casuale. È il frutto di una visione strategica chiara, di investimenti mirati e di un lavoro serio e continuo portato avanti negli anni da professionisti altamente qualificati.

Il percorso che ha portato a questo risultato nasce dall’integrazione tra competenze, tecnologia e organizzazione. Il lavoro svolto dai team della neurologia e dell’unità di trattamento neurovascolare, e della radiologia vascolare ed interventistica, è stato riconosciuto anche a livello internazionale: già nel 2023 la struttura ha ricevuto l’Eso Angels Diamond Award per la gestione dell’ictus, a conferma della qualità del modello adottato.

L’area delle neuroscienze rappresenta oggi una delle peculiarità su cui stiamo puntando con maggiore decisione per connotare il Santa Rosa. È una scelta precisa: investire su ambiti ad alta complessità, in grado di esprimere qualità clinica, organizzativa e tecnologica, e di rendere l’ospedale sempre più riconoscibile come punto di riferimento.

Lo stesso approccio lo stiamo adottando anche in altre aree strategiche, come quella oncoematologica, che devono sempre più consolidarsi come eccellenze e riferimenti a livello regionale. È attraverso questo sviluppo mirato di competenze e specializzazioni che il Santa Rosa rafforza il proprio ruolo nel panorama ospedaliero della Regione Lazio, contribuendo a una sanità pubblica capace di offrire cure di qualità elevata e attrarre fiducia, professionalità e investimenti”.

Viterbo - Ospedale Santa Rosa

Viterbo – Ospedale Santa Rosa


Liste d’attesa e accesso alle prestazioni restano tra i temi più sentiti dai cittadini. Quale è la situazione e quali interventi concreti prevede per ridurre i tempi e migliorare l’efficienza dell’offerta sanitaria?
“So benissimo che, per molti cittadini, il vero termometro della sanità sono le liste d’attesa. È su questo che si misura, ogni giorno, la percezione dell’efficacia del servizio sanitario. Non mi nascondo: permangono criticità, soprattutto su alcune prestazioni diagnostiche e specialistiche, ma stiamo intervenendo in modo strutturale e con un approccio diverso rispetto al passato, nel rispetto delle direttive della regione Lazio.

Da un lato abbiamo lavorato sull’aumento della capacità produttiva, anche attraverso le nuove tecnologie acquisite. Parliamo, ad esempio, di nuove risonanze magnetiche, Tac, angiografi e apparecchiature di radiologia che ci consentono di aumentare il numero delle prestazioni e ridurre i tempi di attesa.

Detto questo, dobbiamo però dire che la situazione sta progressivamente migliorando, con una inversione significativa rispetto al trend che aveva caratterizzato la problematica liste di attesa negli anni scorsi, grazie alle azioni messe in campo nel corso del 2025. Un primo intervento importante è stato il progetto di abbattimento dei tempi di attesa legato alla programmazione regionale, che ha consentito di anticipare circa 20mila prestazioni precedentemente prenotate oltre i tempi massimi, coinvolgendo sia i professionisti aziendali sia le strutture accreditate presenti sul territorio.

Un contributo decisivo è arrivato anche dalla collaborazione con le strutture accreditate, in particolare per le branche più critiche come Tac e risonanza magnetica, che ha permesso di garantire la gestione delle prestazioni più urgenti, mantenendole entro i tempi previsti per le diverse classi di priorità.

Un ulteriore passo avanti è rappresentato dal nuovo percorso di garanzia per le prescrizioni con priorità B, le più urgenti, attivato dalla Regione Lazio a partire dal mese di giugno. È un modello che sarà pienamente a regime nel 2026 e che già oggi consente di dare risposta tempestiva alle richieste più critiche, assicurando la presa in carico dei pazienti nei tempi corretti.

Guardando al futuro, il completamento degli interventi previsti dal PNRR nel 2026, con la piena realizzazione delle Case della comunità, darà un contributo fondamentale al rafforzamento dell’assistenza territoriale, alleggerendo la pressione sugli ospedali. A questo si aggiungeranno nuovi investimenti regionali dedicati al contenimento dei tempi di attesa.

Infine, continuerà il lavoro avviato insieme ai medici di medicina generale sull’appropriatezza prescrittiva, che rappresenta uno degli elementi chiave per governare le liste d’attesa in modo equo ed efficace. Ridurre i tempi non significa solo fare di più, ma fare meglio, garantendo a ciascun cittadino la prestazione giusta, nel momento giusto”.

Medicina di prossimità e servizi territoriali sono centrali nella riforma in corso. Su quali investimenti punterete per rafforzare l’assistenza fuori dall’ospedale?
“La vera sfida dei prossimi anni è spostare una parte significativa dell’assistenza dall’ospedale al territorio, senza lasciare nessuno indietro. Il Pnrr ci ha messo nelle condizioni di farlo: la Asl Viterbo ha attivato un programma di case della comunità, ospedali di comunità, centrali operative territoriali e telemedicina che interessa tutta la provincia.

La vera sfida è cambiare prospettiva: portare la sanità sempre più vicino alle persone e accompagnarle non solo quando stanno male, ma anche prima, per evitare che il problema di salute si manifesti o si aggravi. Inoltre, prendersi cura, nel senso, di farsi carico dell’intero percorso di cura dei cittadini assistititi, attivando tutte le prestazioni sanitarie di cui hanno bisogno, senza chiedere loro di rivolgersi ai servizi specifici, orientandoli e rassicurandoli, anche rispetto alle loro richieste di accesso. È in questo senso che case di comunità e ospedali di comunità rappresentano il cuore della medicina di prossimità, soprattutto per le persone più fragili e per quelle con cronicità.

Le case di comunità non saranno semplicemente nuovi edifici, ma luoghi riconoscibili e accessibili, in cui i cittadini troveranno professionisti che li conoscono, li seguono nel tempo e diventano un riferimento stabile. Medici di medicina generale, infermieri di famiglia e di comunità, specialisti ambulatoriali e servizi sociosanitari lavoreranno insieme, superando frammentazioni e passaggi inutili. È qui che si costruisce un rapporto di fiducia concreto, basato sulla presa in carico continua dei bisogni di salute.

In questi spazi non si parlerà solo di malattia, ma anche di benessere, prevenzione e stili di vita. È un cambio di paradigma: qualcuno che si prende cura di te non solo quando hai un problema, ma anche per aiutarti a non averlo. In questo quadro si inserisce il lavoro che stiamo portando avanti sulla medicina di precisione, che consente di personalizzare sempre di più i percorsi di cura e di prevenzione, e il ruolo centrale dei medici di medicina generale, veri protagonisti di questo nuovo modello.

Accanto alle case di comunità, gli Ospedali di comunità avranno una funzione fondamentale nella gestione dei pazienti che non hanno bisogno di un ricovero ospedaliero tradizionale ma necessitano comunque di assistenza sanitaria continuativa. È un tassello essenziale per garantire continuità nei passaggi più delicati, dall’ospedale al territorio, attraverso percorsi strutturati di dimissione protetta e presa in carico precoce, soprattutto per anziani, fragili e pazienti cronici. 

Un altro elemento chiave è il rafforzamento dell’assistenza domiciliare, che consente di ridurre ricoveri impropri, prevenire riacutizzazioni e migliorare concretamente la qualità della vita delle persone, contribuendo anche ad alleggerire la pressione sui pronto soccorso. I risultati già raggiunti sulla presa in carico della popolazione anziana ci confermano che questa è la direzione giusta.

Le tecnologie digitali e la telemedicina saranno un supporto essenziale per il monitoraggio, la condivisione delle informazioni e il coordinamento delle cure, ma il vero motore del cambiamento resta il personale, che stiamo formando e valorizzando per lavorare in modo sempre più integrato.

In definitiva, la realizzazione delle case e degli ospedali di comunità non è solo un investimento in infrastrutture o tecnologie: è un investimento in una nuova concezione di prendersi cura delle persone. Una sanità più vicina, più continua, più rassicurante, capace di dare risposte concrete ai cittadini e di accompagnarli lungo tutto il loro percorso di salute”.

Il 2026 sarà un anno di assestamento dopo numerosi interventi strutturali. Quali saranno le sue priorità operative nei primi mesi del nuovo anno?
“Il 2026 sarà un anno cruciale perché rappresenterà il momento in cui l’organizzazione che abbiamo progettato in questi anni inizierà ad entrare pienamente a regime. Non sarà solo un anno di assestamento, ma l’anno in cui il nuovo modello di sanità che stiamo costruendo dovrà diventare concreto e riconoscibile nella vita quotidiana delle persone.

In questo percorso i cittadini non sono destinatari passivi, ma parte integrante del cambiamento. Vogliamo condividere con loro, spiegare e rendere comprensibile il nuovo modello di sanità e di benessere che abbiamo pensato per il territorio, a partire dalle case di comunità.

Il 2026 sarà anche l’anno in cui daremo maggiore forza alle progettualità sulla prevenzione, con iniziative mirate su specifiche fasce di popolazione. In particolare, stiamo lavorando da mesi su un’attenzione nuova verso i giovani, per intercettare in modo precoce le forme di disagio che spesso restano sommerse. L’obiettivo è costruire servizi capaci di offrire non solo risposte sanitarie, ma anche spazi di ascolto, orientamento e accoglienza, dove i ragazzi possano sentirsi riconosciuti e accompagnati, prima che il disagio diventi altro.

Accanto alla nostra attenzione verso i giovani e altri gruppi vulnerabili, nel 2025 abbiamo anche siglato un’importante collaborazione con l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà (Inmp). Questo accordo ci permette di sviluppare, a partire dal 2026, progettualità specifiche per ridurre le disuguaglianze di salute e migliorare l’accesso alle prestazioni per le persone in condizioni di fragilità socio economica, comprese le popolazioni migranti e richiedenti protezione internazionale.

Oltre a questa dimensione culturale e relazionale, il 2026 sarà anche un anno di ulteriori investimenti e realizzazioni concrete. Continueremo il percorso di rafforzamento dell’ospedale Santa Rosa, con l’attivazione di progetti attesi da anni, come il nuovo reparto di Ematologia, e con il consolidamento delle eccellenze cliniche già avviate.

In sintesi, il 2026 sarà l’anno in cui dovremo dimostrare che la visione costruita si traduce in un sistema più vicino, più umano e più efficace. Una sanità che cura, ma che soprattutto si prende cura, insieme ai cittadini”.

Pediatria e neuropsichiatria infantile sono settori in cui molte famiglie segnalano difficoltà di accesso. Quali potenziamenti sono previsti per il 2026?
“Pediatria e neuropsichiatria infantile sono due ambiti che mi stanno particolarmente a cuore, perché riguardano i bambini, i ragazzi e le loro famiglie, e rappresentano forse l’investimento più importante che una comunità possa fare sul proprio futuro.

La Asl di Viterbo parte da una base solida, costruita negli anni. Esiste già una rete articolata che comprende la pediatria ospedaliera del Santa Rosa, con attività specialistiche come la neurologia pediatrica e il video-eeg, i servizi di Neuropsichiatria infantile, che accompagnano i bambini fin dalla nascita e lungo tutto il percorso di sviluppo. 

A questa rete stiamo affiancando un importante sforzo assunzionale, reso possibile dal sostegno della regione Lazio, proprio per rispondere in modo sempre più adeguato alle richieste che arrivano dal territorio. Tra il 2024 e il 2025 sono state attivate procedure di selezione e concorsi mirati nelle aree pediatriche e neuropsichiatriche, con l’obiettivo di rafforzare le équipe, ridurre le attese e garantire maggiore continuità assistenziale. Proprio in questi giorni, tanto per portare un esempio, stiamo scorrendo la graduatoria del concorso che abbiamo svolto nei mesi scorsi e che ci consentirà di incrementare, a tempo indeterminato, il team pediatrico del Santa Rosa, con 4 nuovi professionisti. È un lavoro complesso, ma è una priorità su cui stiamo investendo con determinazione”.

Guardando oltre il 2026, quale visione immagina per la sanità viterbese al 2030 e quale impronta vorrebbe lasciare al termine del suo mandato?
“Se guardo al 2030, immagino una sanità viterbese con queste caratteristiche. Un ospedale Santa Rosa pienamente ripensato, con percorsi chiari, tecnologia moderna e una forte vocazione per l’alta complessità. E ancora: una rete di presidi territoriali – case ed ospedali di comunità – realmente operativi, in grado di gestire gran parte della cronicità e della fragilità vicino a casa; gli ospedali di Civita Castellana, Tarquinia e il nuovo ospedale di Acquapendente pienamente inseriti in un disegno di rete, ciascuno con funzioni distintive ma coordinate. Infine, una forte integrazione tra sanità e sociale, perché molte delle fragilità che vediamo non sono solo cliniche, ma anche economiche e relazionali.

L’impronta che vorrei lasciare è questa: aver trasformato un’azienda sanitaria fatta di tanti “pezzi” in una rete coerente, dove il cittadino non deve orientarsi da solo ma viene accompagnato, dove gli operatori lavorano in condizioni migliori e dove l’orgoglio per la sanità pubblica della Tuscia è giustificato dai fatti e dall’esperienza vissuta direttamente o tramite i propri cari”.

Egisto Bianconi

Egisto Bianconi


Una cosa che ci tiene a dire ai cittadini della Tuscia
“Ai cittadini della Tuscia voglio dire innanzitutto grazie. Grazie per la fiducia che stiamo avvertendo crescere in questa fase, in cui il cambiamento che abbiamo progettato sta iniziando a produrre risposte concrete alle loro istanze. È un lavoro importante, complesso, che richiede tempo per essere portato a compimento, ma i primi segnali ci dicono che la direzione è quella giusta.

La fiducia, a differenza della pazienza, è vedere che, mentre si aspetta, le cose cambiano davvero. I cantieri, gli investimenti, le nuove tecnologie, le assunzioni e i nuovi servizi non sono interventi spot, ma parti di un progetto organico che guarda al futuro di questa provincia. 

Per noi la collaborazione e la condivisione degli obiettivi sono elementi strategici. Questo percorso non può essere affrontato da soli: va costruito insieme ai cittadini, alle altre istituzioni, al terzo settore e a tutti i portatori di interesse. Solo così il cambiamento può essere solido e duraturo.

La società sta evolvendo e, di conseguenza, anche il modo di pensare la sanità deve evolvere. Sempre più dobbiamo ragionare in termini non solo di salute, ma di benessere, in senso ampio. Un benessere che non si esaurisce nella semplice erogazione di prestazioni sanitarie, ma che riguarda bisogni spesso sociosanitari e richiede un impegno crescente anche sul fronte sociale.

Per dare risposte davvero efficaci ed efficienti dobbiamo imparare a pensare e ad agire sempre più come collettività, o meglio come comunità. È questa la sfida che abbiamo davanti ed è questa la strada che vogliamo continuare a percorrere, insieme. La sanità pubblica è una delle ricchezze più grandi de nostro Paese, che ci contraddistingue anche all’estero. Insieme la dobbiamo tutelare e difendere, per garantire ai cittadini assistiti equità e giustizia”.


Sanità viterbese – Le novità del 2025

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