Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Finalmente si parla, nero su bianco, di un intervento che nella Tuscia aspettavamo da anni: l’interconnessione tra gli schemi idrici della Media e Bassa Sabina e quelli della Tuscia, con derivazione dal sistema Peschiera–Capore nel nodo di Salisano.
Massimo Erbetti
Il presidente della provincia la presenta come “passaggio decisivo”, con portate progressivamente disponibili (circa 200 l/s nella prima fase e fino a 1.000 l/s a regime), con l’obiettivo dichiarato di superare arsenico e fluoruri tramite sostituzione/miscelazione delle fonti e ridurre la dipendenza da impianti di potabilizzazione “onerosi”, che hanno inciso negli anni sulla sostenibilità del servizio e sulle tariffe.
Non entrando nel merito dell’opera, posso solo dire: bene, anzi benissimo, perché qui non si tratta di bandierine, ma di salute pubblica, qualità dell’acqua e continuità del servizio. Ma proprio per questo va detto con chiarezza ciò che spesso si evita: l’acqua non è un servizio qualsiasi. L’acqua è vita, e quindi è un diritto fondamentale. E quando un diritto fondamentale viene gestito con logiche di mercato, succede sempre la stessa cosa: prima si parla di “efficienza”, poi si parla di “equilibrio economico”, e alla fine si parla di “profitto”.
Ecco perché l’acqua, proprio perché è un diritto, deve restare pubblica: perché un diritto non può dipendere dagli interessi di un socio, dai dividendi o dai margini. Detto questo, adesso viene la parte che qualcuno prova sempre a mettere sotto al tappeto: questa “svolta storica” arriva dopo una scelta politica precisa, quella di aprire Talete al privato cedendo il 40% delle quote e io questa storia l’ho detta quando non “conveniva” dirla: con quella cessione “abbiamo perso tutti”, perché non si privatizza “un’azienda”, si privatizza un pezzo di sovranità su un bene essenziale.
Significa che, da quel momento, dentro una società che dovrebbe rispondere ai cittadini entra anche un soggetto che, per definizione, risponde a un’altra logica: quella del ritorno economico. E quando la logica del ritorno economico entra nella gestione dell’acqua, il rischio è sempre lo stesso: che il cittadino non sia più il titolare di un diritto, ma il cliente di un mercato.
E qui la frase va detta senza girarci intorno: quando metti un privato dentro l’acqua, non “migliori la gestione”, metti un prezzo su un diritto. E quando metti un prezzo su un diritto, l’ultima cosa che conta diventa il diritto: la prima diventa il margine. Oggi la provincia ammette (giustamente) che uno degli effetti più rilevanti sarà la dismissione progressiva dei potabilizzatori e la riduzione di costi che pesano sulle tariffe. E allora la domanda è banale, ma è quella che fa più male: se i costi strutturali scendono e il servizio migliora, chi incassa il beneficio economico? I cittadini in bolletta? Il territorio in investimenti? O anche chi entra per fare margine?
Perché questa è la seconda frase che va incisa nella testa di tutti: se un’opera pagata e programmata dal pubblico genera benefici e quei benefici finiscono anche nei conti di un socio privato, allora non è più “servizio idrico”, è trasferimento di ricchezza pubblica verso interessi privati. E sull’acqua questo è inaccettabile.
Perché la vera “svolta” non è solo portare più acqua: la svolta è impedire che un investimento strategico, costruito con atti pubblici, finanziamenti e programmazione istituzionale, diventi l’occasione perfetta per trasformare un diritto in rendita. E su questo non mi interessa essere “moderato”: o l’acqua è un diritto e allora resta fuori dal profitto, oppure è una merce e allora qualcuno ci guadagnerà sempre. Non esiste una terza via romantica.
Per questo oggi non mi interessa fare il tifoso del “tutto bene” o del “tutto male”. Mi interessa una cosa sola: questa infrastruttura può essere davvero “storica”. Ma storica per chi? Per i cittadini, se vedranno acqua migliore e bollette più giuste, e se la gestione resterà saldamente pubblica e controllabile. Oppure per chi farà affari su una svolta pagata dal pubblico.
L’acqua deve essere pubblica. Pubblica non come parola da manifesto, ma come struttura di potere: decisioni pubbliche, controllo pubblico, priorità pubbliche. Perché è un diritto fondamentale e un diritto fondamentale non si mette a bilancio come una voce da ottimizzare: si garantisce. Punto e se vogliamo davvero “tirare le somme”, la somma è questa: chi ha aperto al privato ha aperto la porta al profitto su un diritto e su un diritto, il profitto non ci deve entrare.
Massimo Erbetti, coordinatore provinciale M5S
