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Fu trovato impiccato nella cella d’isolamento con la porta blindata chiusa…

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Viterbo – (sil.co.) – Morte di Hassan Sharaf: a un passo dalla fine del processo per omicidio colposo, riflettori puntati sulla chiusura della porta blindata della cella.

Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf

Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf


È il processo in cui sono imputati in concorso la dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili che lo aveva giudicato idoneo all’isolamento e il poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio responsabile del reparto dove, il 23 luglio 2018, il detenuto 21enne egiziano si è impiccato.

Ieri è stata la volta di uno degli ultimi tre testimoni, tutti agenti del Nicandro Izzo, citati dal difensore Giuliano Migliorati che assiste il collega Riccio. Gli altri due saranno ascoltati prima della discussione del procuratore generale che nel 2022 ha riaperto il caso su richiesta degli avvocati di parte civile Giacomo Barelli e Michele Andreano.

Davanti al giudice Daniela Rispoli si è parlato della chiusura del blindo da parte degli agenti – se per prassi o altro – dopo che Sharaf si era autolesionato, protestando per avere le sigarette, che non erano tra i suoi effetti personali al suo ingresso in isolamento.

Al riguardo, come è noto, i poliziotti devono rispondere di abuso dei mezzi di correzione in concorso per averlo schiaffeggiato prima di serrare la cella, dove poco dopo Sharaf è stato trovato impiccato.

La volta scorsa erano stati sentiti testimoni e consulenti di parte civile, responsabile civile e della difesa della dottoressa, assistita da Fausto Barili.


Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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