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La storia ha insegnato poco o nulla e il mondo sta peggiorando a passi da gigante…

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Il campo di sterminio di Auschwitz

Auschwitz – Campo di sterminio nazista vicino a Cracovia, in Polonia

Viterbo - Arnaldo Sassi

Viterbo – Arnaldo Sassi

Viterbo – Ho trascorso tutto il pomeriggio di martedì (me lo posso permettere: sono pensionato) appiccicato a Rai Storia, che ha dedicato l’intera programmazione della giornata alla memoria di quel 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz e liberarono coloro che avevano avuto la fortuna di essere rimasti ancora vivi, salvandosi dall’olocausto. Scene raccapriccianti, frutto di un’orrida mentalità sulla quale ogni riflessione è scontata: homo hominis lupus dicevano i latini. Ma tant’è. La cultura di quegli anni si abbeverava della sete di potere, della sopraffazione, del cinismo più totale. E la cosa più grave, a mio avviso, fu che i leader di quell’epoca furano addirittura adulati dalle popolazioni (Hitler vinse le elezioni nel 1933, Mussolini nel 1922 marciò su Roma con la compiacenza di Vittorio Emanuele III), sfruttando il consenso che veniva dal basso. Un consenso di pancia e non certo di raziocinio.

Sappiamo tutti com’è finita (grazie a Dio e agli alleati), ma il costo pagato dagli uomini di quel periodo fu incommensurabile. E ci fu una totale concordia in tutto il mondo civile nel dire: mai più.

Fortunatamente io non ho vissuto quella tragedia. Sono nato nel 1952, quando la ricostruzione stava avanzando, sia in Italia che in Europa, e il sentimento comune era totalmente cambiato: libertà, democrazia, solidarietà, diritti civili stavano prendendo piede un po’ dappertutto per costruire un mondo migliore.

Nel 1968 avevo 16 anni e anch’io, come tanti altri giovani, fui investito da quel vento di rinnovamento che chiedeva una società ancora migliore. Ricordo le prime assemblee a scuola, le manifestazioni e i cortei, i capelli lunghi (allora ce li avevo), ma soprattutto la partecipazione di una generazione impegnata a rivoluzionare un modus vivendi dettato da quelli che chiamavamo “matusa”.

Anche stavolta però, non è finita bene. La mia generazione, quella che voleva cambiare tutto, alla fine non ha cambiato nulla. Anzi. Mi viene in mente, a tal proposito, “Compagno di scuola”, la canzone di Antonello Venditti che a un certo punto dice “ti sei salvato dalle barricate o sei entrato in banca pure tu”.

Già. Perché oggi, 2026, il mondo sta peggiorando a passi da gigante. È tornata di prepotenza la legge del più forte. Basta seguire le mosse di Donald Trump (mi chiedo: gli Usa sono ancora nostri alleati?), o di Vladimir Putin, o di Benjamin Netayahu (intendiamoci: non sono antisionista; sono sempre stato vicino al popolo ebraico per tutto quello che ha subito; ma non posso non deplorare con forza tutto quello che il suo governo sta facendo sopportare ai palestinesi, ignorando che la soluzione due popoli, due stati sia l’unica che possa garantire una vera pace).

E anche in Italia le cose non vanno per il meglio, pure se i cambiamenti sono più sottili. Si sta tentando di mettere la mordacchia alla magistratura, si sta restringendo a piccole dosi la libertà di stampa, si vogliono difendere i confini della patria non da possenti eserciti, ma da poveri morti di fame che sono alla ricerca disperata di un tozzo di pane, si limita la difesa delle donne dalle violenze sessuali e non solo (complimenti, Giulia Bongiorno!).

Ma la riflessione che va fatta è una sola: tutti i leader citati e non citati sono stati eletti democraticamente (tranne qualche eccezione) dal popolo. Segno che la cultura del comune sentire è cambiata di nuovo. E che la storia ha insegnato poco o nulla.

Lo confesso: sono molto pessimista. Ho 73 anni e la mia aspettativa di vita non può essere molto lunga. Ma ne sono contento. Perché, se si andrà avanti di questo passo, eviterò di vedere nuove tragedie che oggi, purtroppo, si stagliano all’orizzonte. Mi dispiace molto per le nuove generazioni, anche se – ovviamente – spero con tutto il cuore di sbagliarmi.

Arnaldo Sassi


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