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“L’agricoltura resiste, ma non può vivere di sola resistenza: abbiamo bisogno di risposte”

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Viterbo – Il 2025 si chiude come un anno di sfide per le imprese agricole della Tuscia: costi in aumento, mercati instabili e cambiamenti climatici mettono a dura prova la redditività e la pianificazione futura.

Per Bettina Sabatini, presidente di Confagricoltura Viterbo-Rieti, il settore ha dimostrato “capacità di adattamento, ma non può vivere di sola resistenza: servono interventi concreti su reddito, servizi e politiche per garantire sostenibilità e prospettive alle aziende e rendere l’agricoltura attrattiva anche per le nuove generazioni”.

Bettina Sabatini

Bettina Sabatini 


Bilancio del 2025. Presidente Sabatini, quale bilancio traccia Confagricoltura Viterbo-Rieti del 2025 per le imprese agricole del territorio? È stato un anno più di resistenza o di ripartenza?
“Il 2025 per le imprese agricole delle province di Viterbo e Rieti è stato di nuovo un anno di resistenza, sempre più difficile. Le aziende hanno dimostrato ancora una notevole capacità di adattamento, ma questo sforzo risulta ogni anno più faticoso. Clima, costi di produzione elevati e mercati instabili stanno comprimendo la redditività e riducendo la possibilità di programmare il futuro aziendale. Alcune imprese più strutturate, orientate all’innovazione e alla qualità, riescono ancora a tenere, ma il quadro generale è quello di un’agricoltura che resiste più che ripartire, con margini sempre più sottili”.

Quali sono oggi le principali criticità dell’agricoltura della Tuscia che continuano a penalizzare le imprese: costi, infrastrutture, servizi, redditività?
“La Tuscia soffre di criticità strutturali storiche che continuano a penalizzare le imprese agricole: infrastrutture e logistica ancora inadeguate comportano un accesso ai mercati non all’altezza di un territorio agricolo competitivo. La frammentazione fondiaria e infrastrutture irrigue spesso insufficienti rendono la produzione particolarmente vulnerabile, soprattutto in presenza delle alte temperature estive. A questo si aggiunge una scarsa redditività, con prezzi che spesso non coprono costi e rischi d’impresa: dalle nostre parti fare agricoltura sta diventando sempre più complicato”.

Olivicoltura e clima. La campagna olearia 2025 ha registrato un forte calo produttivo, a fronte però di una buona qualità dell’olio. Quanto il cambiamento climatico sta incidendo sull’olivicoltura e quanto le aziende sono attrezzate per affrontarlo? 
“Le criticità nella produzione di olio hanno interessato soprattutto le aziende meno strutturate, legate a un’olivicoltura tradizionale che oggi fatica a reggere l’impatto del cambiamento climatico. Non è più pensabile che una coltura da reddito possa garantire sostenibilità economica affidandosi a una gestione minimale, come avveniva in passato. L’olivicoltura si sta orientando verso una gestione sempre più complessa e professionale, anche perché gli oliveti sono sempre più esposti a problemi fitopatologici, aggravati dalle nuove condizioni climatiche. L’imprenditore che punta su un’olivicoltura specializzata opera attraverso monitoraggi costanti, potature mirate e interventi tecnici puntuali: solo così è possibile mantenere una buona produzione e garantire un olio di elevata qualità, come quello delle province di Rieti e Viterbo”.

Olio d'oliva

Olio d’oliva


Nocciole: crisi e futuro del comparto. Il comparto corilicolo vive una crisi profonda, con produzioni drasticamente ridotte e aziende in difficoltà. È ancora sostenibile oggi la nocciola nella Tuscia o serve ripensare il modello produttivo e di filiera? 
“La nocciola è parte integrante dell’identità agricola e produttiva del territorio e ha contribuito negli anni allo sviluppo economico locale. Una serie di fenomeni concomitanti, quali il cambiamento climatico, la cimice asiatica e le difficoltà produttive, stanno incidendo negativamente sul comparto, mettendo in crisi le aziende da alcuni anni. La Regione Lazio ha istituito un tavolo tecnico permanente sulla nocciola con l’obiettivo di affrontare la grave crisi che il settore sta attraversando. Le misure di sostegno alle imprese, i ristori promessi e una risposta scientifica efficace su come salvaguardare la produzione non possono più farsi attendere: i produttori hanno bisogno ora di risposte, perché le aziende faticano a resistere”.

Le ipotesi di tagli alla PAC e di regole sempre più stringenti rischiano di frenare investimenti e competitività. C’è il pericolo concreto che la Politica agricola comune accompagni l’agricoltura verso un declino invece che sostenerla? 
“Oggi le imprese agricole operano in un contesto sempre più complesso e penalizzante. La Politica Agricola Comune è in evidente crisi: la PAC sta venendo meno alle motivazioni che ne avevano giustificato l’istituzione, ovvero la garanzia di reddito, stabilità e sicurezza alimentare per un comparto fondamentale come il settore primario. Il passaggio verso un Fondo unico e una visione sempre meno agricola delle politiche europee rischiano di svuotare la PAC del suo ruolo, trasformandola da strumento di sostegno a sistema di vincoli privo di una reale visione. A ciò si aggiungono gli accordi commerciali internazionali e le importazioni da Paesi che non rispettano gli stessi standard europei e nazionali in termini di produzione, lavoro e tutela ambientale, ponendo le nostre aziende in una condizione di forte svantaggio competitivo. Senza il principio di reciprocità, si scarica sugli agricoltori il costo delle regole, mentre il mercato viene aperto a prodotti che quelle regole non le conoscono. In questo contesto, l’aumento dei costi e l’instabilità dei mercati rendono sempre più difficile fare impresa agricola. Senza una vera politica comune si rischia di accompagnare il settore verso il declino anziché sostenerlo. Abbiamo partecipato recentemente alla manifestazione di Bruxelles per testimoniare che l’agricoltura è sotto attacco: gli agricoltori vogliono produrre in un contesto in cui la qualità e il valore siano riconosciuti e dove l’agricoltura torni a essere attrattiva per le nuove generazioni”.

Giovani e aree interne. La fuga dei giovani e la desertificazione delle aree interne restano una ferita aperta: cosa manca oggi per rendere l’agricoltura della Tuscia davvero attrattiva per le nuove generazioni? 
“Il nodo del ricambio generazionale resta cruciale. L’età media dell’imprenditore agricolo supera i 55 anni e l’agricoltura fatica a essere realmente attrattiva per i giovani, a causa della mancanza di una prospettiva di reddito stabile e di servizi adeguati. Per invertire questa tendenza servono politiche che rendano il settore più competitivo e sostenibile, garantendo agli agricoltori condizioni di lavoro dignitose e riconoscendo loro il ruolo di presidio del territorio. Solo così i giovani potranno vedere nell’agricoltura una scelta di vita attrattiva e sostenibile dal punto di vista ambientale, economico e sociale. Affinché questo accada servono reddito, servizi e politiche che facciano considerare il lavoro in agricoltura una possibilità concreta, e non un atto di pura resistenza”.

Guardando al 2026, quali sono le prospettive per le imprese agricole della Tuscia? Su cosa si gioca la partita più decisiva: politiche, mercato o capacità delle aziende di innovare? 
“Le prospettive per le imprese agricole della Tuscia nel 2026 dipenderanno dalla capacità di far convergere politiche, mercato e innovazione: nessuno di questi fattori, da solo, è sufficiente a fornire le risposte che gli agricoltori attendono. Servono misure immediate che garantiscano reddito, reciprocità e strumenti per affrontare il cambiamento climatico e le nuove sfide future. Occorrono mercati più equi, capaci di valorizzare le nostre produzioni. La partita decisiva si gioca sulla sostenibilità economica delle imprese: senza reddito e prospettive non c’è futuro per l’agricoltura, fiore all’occhiello del nostro territorio. Come presidente di Confagricoltura, cercherò di essere presente ogni qualvolta si deciderà del futuro del nostro territorio e degli interessi dei nostri agricoltori”.

Barbara Bianchi


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