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Viterbo – Morte di Hassan Sharaf, il procuratore generale Tonino Di Bona ha chiesto questi pomeriggio la condanna di entrambi gli imputati di omicidio colposo in concorso. Un anno di reclusione per il medico e otto mesi per l’agente di polizia penitenziaria.
A processo davanti al giudice Daniela Rispoli la dottoressa di medicina protetta Elena Niniashvili che lo aveva giudicato idoneo all’isolamento e il poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio responsabile del reparto dove, il 23 luglio 2018, il detenuto 21enne egiziano si è impiccato.
Sono difesi dagli avvocati Fausto Barili e Giuliano Migliorati, mentre i familiari della vittima sono parte civile con i legali Giacomo Barelli e Michele Andreano.
Per le parti civili, nel corso del processo, ha testimoniato come consulente la nota criminologa Flaminia Bolzan Mariotti Posocco, psicologa romana di 39 anni, secondo cui Sharaf era “un soggetto fragile, per la giovane età e la tossicodipendenza, per la personalità dai tratti antisociali e borderline e naturalmente la condizione di detenzione”.
Secondo lo psichiatra della Asl di Viterbo, che lo ha visitato al Nicandro Izzo il 23 aprile e il 1 giugno 2018, il 21enne era “tranquillo, allegro, socievole, ben inserito, abbiamo scherzato molto, disponibile, collaborativo, senza alcun sintomo psichiatrico, con pregressi problemi a Regina Coeli in seguito alla tossicodipendenza per cui era stato sottoposto a sorveglianza e affidato in cura al Serd, che prendeva un farmaco sedativo e antistaminico leggerissimo solo per favorire un sonno sereno”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
