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Viterbo – (sil.co.) – Morte di Hassan Sharaf: “Il 21enne egiziano non aveva problemi psichiatrici ed era un detenuto ordinario”. Non fu omicidio colposo per i medici consulenti delle difese, i professori Stefano De Pasquale Ceratti e Giorgio Bolino.
È giunto alle ultime battute il processo alla dottoressa della Asl e al poliziotto della penitenziaria accusati di omicidio colposo in concorso.
Sono l’agente Massimo Riccio, responsabile della sezione d’isolamento del carcere Nicandro Izzo dove Sharaf si è impiccato il 23 luglio 2018, e la dottoressa di medicina protetta Elena Ninashivili, che ha compilato il certificato di idoneità alla sanzione disciplinare.
In programma tra fine gennaio e inizio febbraio le ultime quattro udienze prima che il giudice Daniela Rispoli si chiuda in camera di consiglio per la sentenza.
Lo scorso 28 novembre, nel frattempo, sono stati sentiti in tribunale i consulenti di parte della difesa e del responsabile civile. Gli imputati sono assistiti dagli avvocati Fausto Barili e Giuliano Migliorati.
Oltre ai testi ascoltati la mattina – tra cui un 51enne che il 23 luglio 2018 era anche lui in isolamento, attualmente detenuto a Civitavecchia – nel pomeriggio sono stati a lungo esaminati il medico legale De Pasquale Ceratti per il responsabile civile e il professor Bolino per la difesa della dottoressa difesa da Barili.
Entrambi i consulenti hanno contestato l’elaborato del consulente della procura, professor Stefano Ferracuti.
“Sharaf – è stato evidenziato – non aveva più da tempo alcuna compromissione di carattere psichiatrico e andava di conseguenza considerato un detenuto ordinario”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
