Viterbo – Prezzi bassi, calamità e incertezze europee. Quello fotografato da Sergio Del Gelsomino, presidente della Cia di Viterbo è un anno durissimo per le aziende del territorio. Schiacciata tra cambiamento climatico, perdita di suolo e mercato, “l’agricoltura della Tuscia resiste”, spiega, “ma servono politiche strutturali di sostegno al reddito”.
Sergio Del Gelsomino
Presidente, qual è il bilancio che la Cia provinciale traccia per il 2025 delle imprese agricole della Tuscia? Quali sono stati i principali successi e le criticità più gravi che ha registrato quest’anno?
“Il 2025 è stato un anno complesso per le imprese agricole della Tuscia. Le difficoltà riscontrate non sono nuove e riguardano in particolare gli effetti sempre più evidenti del cambiamento climatico, la scarsa remunerazione delle produzioni agricole, i danni causati dalla fauna selvatica, l’instabilità dei mercati internazionali, la perdita di altro terreno agricolo a favore di multinazionali dell’energia e di politiche di urbanistiche sempre mirate a nuovi insediamenti senza una seria politica di riutilizzo di aree industriali abbandonate e di centri storici sempre più vuoti.
Accanto a queste criticità, vanno tuttavia evidenziati alcuni elementi positivi, come l’interesse dei giovani verso il settore agricolo, testimoniato dalle numerose domande per il primo insediamento, molte delle quali già finanziate. Importanti anche gli interventi a sostegno dell’innovazione, attraverso i bandi ISMEA, e le risorse destinate alle aziende che hanno investito nelle energie rinnovabili. Segnali incoraggianti che, però, devono essere consolidati da politiche strutturali di sostegno al reddito”.
Accordo sul prezzo del latte. L’accordo raggiunto lo scorso 9 dicembre sul prezzo del latte ha fissato valori per i primi mesi del 2026: secondo lei questa intesa rappresenta un punto di svolta per la sostenibilità economica degli allevatori locali? Quali saranno gli effetti concreti per le stalle della Tuscia?
“L’accordo sul prezzo del latte rappresenta un elemento di stabilità, poiché garantisce un prezzo minimo di acquisto. Tuttavia, non può essere considerato risolutivo rispetto alle criticità strutturali del comparto. Il numero delle stalle nella provincia continua a diminuire e i margini economici restano limitati. Con prezzi che si collocano solo di poco al di sopra dei costi di produzione, diventa difficile programmare investimenti, favorire l’innovazione e sostenere il ricambio generazionale. È necessario lavorare su una maggiore equità nella distribuzione del valore lungo la filiera”.
Olivicoltura 2025. La campagna olearia 2025 nella Tuscia ha segnato un drastico calo della produzione, con una riduzione stimata di circa il 50% rispetto all’anno precedente, pur mantenendo una qualità alta dell’extravergine. Come valuta questa stagione e quali strategie servono per sostenere gli olivicoltori di fronte ai cambiamenti climatici?
“La campagna olearia 2025 ha registrato un significativo calo produttivo, a fronte di una qualità dell’olio extra vergine che resta elevata. Si tratta di una situazione che conferma le difficoltà strutturali del comparto olivicolo, sempre più esposto agli effetti del cambiamento climatico, alle fitopatie e alla concorrenza internazionale. Nel corso del convegno del 12 dicembre, con il contributo del mondo accademico, è emersa la necessità di puntare su rinnovo degli impianti, innovazione delle tecniche di raccolta, gestione efficiente della risorsa idrica e maggiore valorizzazione dell’olio extravergine italiano, anche attraverso un efficace contrasto alle frodi e alle contraffazioni”.
Agricoltura – Irrigazione
Il 2025 ha segnato anche per il comparto delle nocciole nella Tuscia una crisi gravissima, con raccolti crollati oltre il 70% e, in alcune aziende biologiche, perdite del 100%: è stato sollecitato il riconoscimento dello stato di calamità naturale e misure di ristoro. Qual è la fotografia reale di questo comparto e quali interventi urgenti propone per evitarne il collasso? Anche in virtù del tavolo tecnico convocato dalla regione…
“La corilicoltura rappresenta uno dei comparti strategici dell’agricoltura della Tuscia con i suoi 28400 ettari , ma attraversa una fase di forte difficoltà. I cali produttivi registrati nel 2025, in alcuni casi superiori al 70%, hanno messo in seria difficoltà molte aziende, soprattutto quelle biologiche. Il riconoscimento dello stato di calamità è un passaggio necessario, ma occorre affiancarlo a interventi strutturali: tutela del reddito, contratti di filiera più equilibrati, investimenti in ricerca e innovazione e ammodernamento degli impianti. Il confronto con tutti gli attori della filiera, compresa l’industria di trasformazione, deve proseguire in un’ottica di responsabilità condivisa. Occorrono macchinari innovativi per la separazione del prodotto tali da poter garantire una differenziazione delle nocciole di qualità da quelle di scarto”.
Zona Economica Speciale al Lazio. Cosa significherebbe l’estensione della Zona Economica Speciale anche al Lazio? Per l’agricoltura e l’agroalimentare della Tuscia può rappresentare una vera opportunità di sviluppo o c’è il rischio che resti uno strumento poco accessibile alle aziende agricole?
“L’estensione della Zona Economica Speciale al Lazio può rappresentare un’opportunità anche per il settore agricolo e agroalimentare della Tuscia. Le agevolazioni previste, in termini di semplificazione amministrativa e incentivi fiscali, potrebbero favorire nuovi investimenti. Sarà tuttavia determinante la definizione del quadro normativo, affinché lo strumento sia realmente accessibile anche alle imprese agricole e non risulti limitato ad altri comparti produttivi”.
Pac europea e il futuro dell’agricoltura locale. Con la nuova Pac europea in arrivo e la prospettiva di minori fondi destinati all’agricoltura, quali sono le priorità concrete che la Cia provinciale propone per tutelare reddito, giovani agricoltori e sostenibilità ambientale nella Tuscia?
“Le proposte di revisione della Politica Agricola Comune destano forte preoccupazione. Un ridimensionamento delle risorse superiore al 20%, in un contesto di crescenti difficoltà per il settore agricolo, rischia di compromettere seriamente la tenuta economica di molte aziende. La Pac deve continuare a garantire una visione realmente comune, evitando meccanismi che aumentino la competizione tra stati membri. L’ipotesi di un fondo unico rischia di rappresentare un passo indietro e di andare contro lo spirito originario dei padri fondatori dell’Unione Europea: un’Europa delle agricolture nazionali coordinate, non una frammentazione che indebolisce l’agricoltura europea nel suo complesso. Allo stesso tempo, gli accordi commerciali internazionali, come quello con il Mercosur, devono assicurare condizioni di reale reciprocità. I prodotti importati devono rispettare gli stessi standard ambientali, sanitari e sociali imposti agli agricoltori europei. Non è accettabile che, mentre agli agricoltori dell’UE vengono richieste regole sempre più stringenti per la tutela del clima, della salute dei consumatori e della qualità delle produzioni, entrino nel mercato europeo materie prime di dubbia qualità, ottenute con pratiche non consentite in Europa. In un momento geopolitico così delicato, l’Europa non può permettersi di disgregarsi: deve invece unire le proprie forze per costruire un’agricoltura più forte, capace di aumentare le produzioni di alta qualità e di garantire agli agricoltori una giusta remunerazione e il rispetto per il lavoro che svolgono.
La reciprocità è il minimo che il settore agricolo chiede nella definizione degli accordi internazionali. Chi vuole commerciare nel mercato europeo deve adeguarsi alle regole europee: in caso contrario, non può avere accesso a tale mercato”.
Barbara Bianchi

