Viterbo – “Shoah a Viterbo, le storie di Silvano Di Porto salvato salvato dalla babysitter in un comò e di Reale Di Veroli sfuggita allo sterminio grazie alla carriola di un muratore”. A raccontarle, Elisa Guida, tra le più importanti ricercatrici a livello nazionale sullo sterminio in Italia e le vie del ritorno degli ebrei alla fine della guerra.
Il convegno dedicato alla Shoah degli ebrei viterbesi
Ieri mattina, all’aula magna dell’università degli studi della Tuscia, a santa Maria in gradi che, quando le deportazioni verso la Shoah partirono anche dalla città dei papi, era il carcere dove gli ebrei viterbesi sostarono prima d’arrivare ad Auschwitz.
La Shoah: storia nazionale e dimensione locale, il titolo del convegno. Appuntamento organizzato dall’università degli studi della Tuscia, dall’istituto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea a Viterbo e nella Tuscia (Istoreco), dall’associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti (Aned) e dal centro studi europei e internazionali. Con loro il progetto memoria (Cdec) e il laboratorio Publich History.
Elisa Guida
“Le origini della presenza ebraica a Viterbo – spiega Guida – risalgono alla seconda metà del XIII secolo. Secondo il censimento razzista del 1938, nella Tuscia risultavano 66 persone di origine ebraica. Dopo l’8 settembre 1943 alcuni erano riusciti ad allontanarsi e a nascondersi, tanto che alla fine dell’anno rimanevano in provincia solamente 33 ebrei. Fra le presenze radicate nel territorio prima dello scoppio della guerra, figura anche la famiglia Anticoli, che abitava in via della Verità 19 a Viterbo. Il nucleo familiare era composto da Emanuele Vittorio, nato nel 1885, e Reale Di Veroli (1886), arrivati da Roma nei primi decenni del Novecento. Una volta arrivati a Viterbo avevano aperto una piccola merceria in via Saffi, affiancando alla vendita in negozio un’attività ambulante. La coppia ebbe cinque figli: Letizia, nata nel 1914, Rina (1916), Rachele (1919), Giuditta (1922) e Angelo (1926). Della figlia maggiore sappiamo che l’8 novembre 1936 sposò Angelo Di Porto (1909) e che l’anno successivo nacque il figlio Silvano”.
1938, l’anno delle leggi razziali volute dal fascismo, sottoscritte dal re Vittorio Emanuele III. L’anticamera dello sterminio. Gli ebrei sono esclusi da tutto. Silvano Di Porto viene escluso dall’asilo con i genitori, Angelo e Letizia Di Veroli che devono andare a lavorare e poter lasciare il bambino a qualcuno. Ad occuparsene una ragazza di 16 anni, Rita Orlandi, figlia di Giuseppe e Irene Morelli vicini di casa dei Di Porto.
Maurizio Ridolfi
“La mattina del 2 dicembre 1943 – continua Guida – i fascisti irruppero nell’appartamento di via della Verità 19 – qui le pietre di inciampo che ricordano la famiglia deportata – dove trovarono Reale Di Veroli, la figlia Letizia e il genero Angelo. C’erano anche due sorelle di Reale: Anna, nata nel 1903, e Letizia (1899), così come il figlio di quest’ultima, Angelo Moscati (1932). Anna e Letizia erano le sorelle di Reale, scappate da Roma dopo il rastrellamento del ghetto del 16 ottobre. Emanuele Vittorio e gli altri 4 figli si trovavano a Roma. Emanuele Vittorio verrà tuttavia arrestato il 3 marzo 1944 e deportato ad Auschwitz il 16 maggio”.
Il giorno del rastrellamento degli ebrei viterbesi, “Silvano – prosegue Elisa Guida – stava passeggiando in via Mazzini con Rita Orlandi che venne avvertita della retata da un passante. Rita ebbe la prontezza di rifugiarsi nelle campagne viterbesi, portando via il bambino. Rientrò a casa solamente la sera, quando i familiari di Silvano erano già stati rinchiusi nel carcere di santa Maria in gradi. Silvano rimase nascosto fino al 9 giugno 1944. Trascorreva il giorno chiuso in casa e la notte rannicchiato in un cassettone del comò da chiudere velocemente al minimo segnale di pericolo”.
Alfonso Anroniozzi
Il 26 marzo 1944 gli ebrei catturati da santa Maria in gradi vengono deportati a Fossoli. Reale Di Veroli, salendo sul camion che li portava via, cade e si rompe un femore. Viene data per morta e lasciata lì per terra, abbandonata sul posto. “Fu un muratore – sottolinea Guida –, passando davanti al carcere, a rendersi conto che respirava ancora e a caricarla su una carriola con la quale imboccò porta Romana, scese per via Garibaldi per poi raggiungere l’ospedale grande dove Reale, in violazione delle leggi razziali, venne curata e successivamente nascosta in una grotta al Riello”.
Due vicende, quelle di Silvano Di Porto e Reale Di Veroli, descritte da Elisa Guida, che aprono uno spiraglio, tutto da approfondire, sulla solidarietà della popolazione viterbese, come si come di pezzi delle istituzioni, che probabilmente contribuì non poco a salvare entrambi. “Persone comuni – conclude il suo intervento Guida – che hanno fatto la differenza tra la vita e la morte di altre persone comuni”.
Il convegno dedicato alla Shoah degli ebrei viterbesi
Ad intervenire al convegno di ieri anche la rettrice dell’Unitus Tiziana Laureti, il vicesindaco di Viterbo e assessore alla cultura Alfonso Antoniozzi, il presidente dell’Aned Roma Andrea Di Veroli e Maurizio Ridolfi, sempre dell’Unitus.
“Un’iniziativa importante – dice Laureti –, soprattutto per la memoria delle nuove generazioni”.
Tra i relatori, poi, oltre a Guida, Matteo Stefanori (i campi in Italia e il carcere di santa Maria in gradi) e Caterina Mongardini (i rifugiati ebrei nel territorio viterbese sotto la protezione delle Nazioni unite). A moderare il tutto, Sante Cruciani docente Unitus. Durante il convegno anche la presentazione della mostra la Shoah in Italia (1938-1945) di Fabio Molin dell’associazione semi di pace di Tarquinia.
“L’Istoreco – evidenzia Ridolfi – vuole dare un senso comune al rapporto tra passato e presente all’interno delle comunità. Per evitare che le generazioni restino disgiunte le une dalle altre. Il tutto attraverso il lavoro storico, le fonti, i documenti. Un laboratorio di storia pubblica”.
“Il tema della Pace – aggiunge Cruciani – è coinvolge anche il rapporto tra Israele e Palestina. Rapporto che va a toccare direttamente il ruolo della Shoah”.
“Ci vuole la storia – interviene infine Antoniozzi – per cogliere fino in fondo quanto accaduto. Ed è importante continuare a parlarne perché il nostro lavoro di essere umani è tenere gli occhi aperti e riconoscere i sintomi dell’orrore nella nostra società. Per tenere alta la guardia. Per non essere mai indifferenti”.




