Hassan Ramadan Mukhaymar Sharaf
Viterbo – Morte di Hassan Sharaf, a caldo molto sollievo e qualche nota polemica. Il giorno dopo l’assoluzione con formula piena, perché il fatto non sussiste, del poliziotto e della dottoressa imputati di omicidio colposo, parlano i difensori. Imputati di omicidio colposo la dottoressa Elena Niniashvili che lo aveva giudicato idoneo all’isolamento e il poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio responsabile del reparto dove, il 23 luglio 2018, il detenuto 21enne egiziano si è impiccato.
L’avvocato Giuliano Migliorati, difensore del poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio
La difesa del poliziotto: “Tanti patemi d’animo potevano essere evitati”
“Questa vicenda è una vicenda dalle tinte un poco fosche, ma non certo in relazione a iniziative giudiziarie sconsiderate o a persecuzioni – dice l’avvocato Giuliano Migliorati, difensore del poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio – a tinte fosche perché probabilmente già la procura di Viterbo aveva fatto chiarezza su questa vicenda”.
“In ogni caso, ne esce uno spaccato veramente desolante del carcere, e questo è più che altro un processo che non doveva essere fatto nei confronti degli imputati, ma al più doveva avere un approfondimento di natura ministeriale. di natura ispettiva, per comprendere come operano e in quali situazioni operano, io spero operavano all’epoca dei fatti, sia la polizia penitenziaria che l’istituto sanitario, quindi tutti i medici che lavorano all’interno del carcere, perché è un po’ questo quello che è emerso, una condizione di disagio estremo, un pubblico ufficiale costretto a dividersi tra più piani, tra più celle, tra più dipartimenti”.
“È questo – sottolinea il legale – quello che è emerso dal processo, dal vero processo. Io devo ringraziare la lucidità e la consapevolezza di un organo decisionale, quindi di un interprete, che è andato ben oltre quello che poteva in prima fase emergere e quindi si è focalizzata e si è concentrata sugli elementi di diritto oltre che sugli elementi di fatto”.
“Tutto il resto, come è giusto dire, è storia, è stato superato. Probabilmente tutto ciò non dico che non doveva non nascere, ma poteva essere definito molto tempo prima evitando tanti procedimenti inutili e anche tanti patemi d’animo di persone che veramente non c’entrano nulla“. la conclusione.
L’avvocato Fausto Barili, difensore della dottoressa Elena Niniashvili
La difesa della dottoressa: “Tornare a sorridere dopo un lungo calvario”
“Una sentenza assolutoria resa con la formula più ampia prevista dal codice di procedura penale, vale a dire ex articolo 530 primo comma, perché il fatto non sussiste, che a mio parere rappresenta la naturale conseguenza degli esiti che il dibattimento ha fatto venire ad emersione e che evidentemente hanno convinto in maniera ssolutamente netta il tribunale di Viterbo della assoluta innocenza della mia assistita”, sottolinea l’avvocato Fausto Barili, difensore della dottoressa Elena Niniashvili.
“La morte di Hassan Sharaf ha scosso ognuno di noi, ma il processo ha chiarito come il suicidio di questo ragazzo resti un dramma veramente inspiegabile e certamente non prevedibile, ma non riconducibile a un fatto omicidiario riconducibile a qualsivoglia responsabilità in capo alla dottoressa che io assisto”.
“Sono stato convinto subito della sua innocenza, fin dal primo momento nel quale mi sono interessato della difesa della dottoressa assiema al collega Mario Brizi e credo che questo sia il momento in cui finalmente la mia assistita può tornare a sorridere“, dice il legale.
“Il processo che Elena Niniashvili ha subito è stato un calvario – aggiunge Barili – un percorso molto duro perché è stata messa in discussione sul piano personale e anche professionale, e spero quindi che questa sentenza le restituisca la fiducia in se stessa e nelle proprie capacità professionali”.
Silvana Cortignani
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


