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Lite tra rivali col coltello davanti alle figliolette, tragedia evitata da due donne

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Viterbo - Un'aula del tribunale

Viterbo – Un’aula del tribunale

Viterbo –  (sil.co.) – Lite tra rivali a coltellate davanti alle rispettive figliolette, tragedia evitata da due donne.

È successo all’esterno di un bar di una frazione di Viterbo il 21 febbraio 2021. Era una domenica pomeriggio.

I due erano insieme alle rispettive compagne e figliolette. Una bimba delle quali oggetto del contendere, avuta dalla presunta vittima dall’attuale moglie dell’aggressore, difeso dall’avvocato Luigi Mancini. È finito a processo per minacce e lesioni davanti al giudice Jacopo Rocchi.

Il processo è entrato nel vivo mercoledì. La parte offesa, già che c’era, avrebbe discusso per l’ennesima volta con la ex: “Perché doveva ancora darmi dei documenti della bambina, che era con me e la mia nuova compagna, Mia figlia è stata affidata a me in via super esclusiva”, ha riferito durante l’interrogatorio in tribunale. 

L’imputato sarebbe sopraggiunto spingendo il carrozzino con la figlioletta, avuta a sua volta dall’ex della parte offesa, e vedendo la coppia discutere animatamente lo avrebbe aggredito.

“Ha preso dal portabagagli un coltello di quelli che si aprono, con il manico nero, lungo 25 centimetri. Mi ha buttato per terra, prendendomi per il collo e puntandomi, mentre mi minacciava dicendo che avrei fatto un giretto su da Cristo'”, ha spiegato la vittima, un 37enne, parte civile con l’avvocato Edoardo Maria Manni. 

A scongiurare una tragedia la nuova compagna della parte offesa e la barista. “L’imputato è grande e grosso, peserà 100 chili, quindi non avremmo potuto mai levarglielo da sopra – hanno riferito entrambe – ma siamo riuscite a fargli cadere e portare via il coltello, che abbiamo nascosto dentro al bar, in attesa dei carabinieri”. 

Il processo riprenderà a settembre. 


Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


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