Viterbo – Suicidio prevedibile o imprevedibile? Prevedibilissimo quello di Hassan Sharaf, secondo l’avvocato di parte civile Giacomo Barelli. È stato il primo a parlare all’udienza di ieri del processo per omicidio colposo alla dottoressa Elena Niniashvili che lo aveva giudicato idoneo all’isolamento e al poliziotto della penitenziaria Massimo Riccio responsabile del reparto dove, il 23 luglio 2018, il detenuto 21enne egiziano si è impiccato.
Caso Hassan Sharaf – Gli avvocati di parte civile dei familiari, Michele Andreano e Giacomo Barelli
Per medico e agente, lo scorso 28 gennaio, il procuratore generale Tonino Di Bona, che nel 2022 ha riaperto il caso, ha chiesto al giudice Daniela Rispoli due condanne, rispettivamente a un anno e a otto mesi di reclusione senza alcuna attenuante. Di parere opposto il difensore della dottoressa, Fausto Barili che, sempre ieri, ha ricordato come lo stesso professor Stefano Ferracuti, consulente della procura, abbia “riferito in aula che il suicidio è imprevedibile, non esiste il rischio zero”.
Per Barelli gli imputati “potevano salvare la vita di Hassan Sharaf”. Il legale viterbese assiste, in particolare, il cugino “romano” con cui Sharaf giunse in Italia su un barcone, nel 2010, quando avevano entrambi soltanto 13 anni. “Hassan era orfano di padre e per cercare fortuna ha lasciato in Egitto madre e sorella, che vivono il loro immenso dolore per la sua perdita in condizioni di estrema indigenza”, ha sottolineato.
Mammagialla – Hassan Sharaf (nel riquadro) chiede aiuto dopo essersi procurato dei tagli alle braccia
“Il dibattimento ha confermato l’esposizione al rischio, il certificato per l’isolamento è stato un certificato per la camera della morte”, ha detto Barelli, chiedendo la condanna della dottoressa del carcere. Durissimo anche nei confronti del penitenziario: “Siccome il detenuto stava male, si lamentava, si era ferito e sanguinava, gli ha sferrato uno schiaffo e alle 14,18 ha chiuso il blindo, senza più guardare per 27 minuti cosa stesse succedendo all’interno. Quando lo ha riaperto, alle 14,45, Sharaf si era impiccato. Non sapremo mai in quale di quei 27 minuti in cui nessuno si è preoccupato di controllare”.
Il 21enne non era a rischio suicidio e nemmeno psichiatrico, per Barili, che ha ricordato l’alta sorveglianza soltanto durante i primi tre mesi di detenzione a Regina Coeli, dove Sharaf è entrato il 30 gennaio 2017: “Quando il successivo 21 luglio è stato trasferito a Viterbo era un detenuto ordinario, con problemi di tossicodipendenza e che assumeva solo farmaci blandi per dormire vista l’indole esuberante”.
Per l’assoluzione degli imputati si sono espressi, oltre ai difensori, gli avvocati della Asl di Viterbo e del ministero della giustizia, responsabili civili. L’udienza fiume è proseguita nel pomeriggio con la discussione dell’avvocato Giuliano Migliorati, che assiste il penitenziario. Domani repliche e sentenza.
Silvana Cortignani
L’avvocato Fausto Barili
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.


