Bagnoregio – Dopo l’apertura ufficiale della Casa della comunità di Bagnoregio, la prima nella provincia di Viterbo, c’è anche il volto e l’emozione di chi quella struttura la vive ogni giorno. Maria Cristina Natalizi, coordinatrice infermieristica, ha tagliato ufficialmente il nastro della struttura su richiesta del presidente della regione Lazio Francesco Rocca. Un riconoscimento che racconta mesi di lavoro e una nuova idea di sanità, più vicina alle persone.
Bagnoregio – Inaugurazione della Casa della comunità – Egisto Bianconi, Daniele Sabatini, Francesco Rocca, Maria Cristina Natalizi e Luca Profili
Che emozione ha provato in quel momento?
“È stata un’emozione fortissima, non me lo aspettavo. Quando il presidente Rocca ha detto che sarei stata io a tagliare il nastro sono rimasta sorpresa. È stato un grande riconoscimento, ma non solo per me: rappresenta il lavoro di tutto il team della Casa di comunità. Tra questi: infermieri, operatori sociosanitari, fisioterapisti. Tutti, nei mesi che hanno preceduto l’inaugurazione, hanno dato il massimo, spesso anche oltre l’orario di servizio, perché si raggiungesse l’obiettivo che, tutti noi, avevamo condiviso con la direzione strategica della nostra azienda. È un orgoglio poter rappresentare questo gruppo”.
Cosa significa essere coordinatrice infermieristica in una Casa della Comunità?
“È una grande responsabilità. Non è solo un ruolo organizzativo: bisogna gestire un gruppo di professionisti, ma anche essere un punto di riferimento umano. Qui le persone entrano e vogliono parlare con noi, non cercano solo indicazioni. Si aspettano ascolto, aiuto, presa in carico. Questo è il senso della Casa della comunità: esserci davvero per i bisogni delle persone. È impegnativo, ma dà una grande soddisfazione. Anche rispetto all’esperienza ospedaliera, che ho vissuto in precedenza e che è totalmente diversa”.
Bagnoregio – Inaugurazione della Casa della comunità – Maria Cristina Natalizi coordinatrice infermieristica
Una delle novità del Dm 77 che riguarda le Case di comunità è la presenza al loro interno dell’infermiere di famiglia e di comunità. Di cosa si tratta?
“È una figura chiave. L’infermiere di famiglia e di comunità, l’Ifec, è un punto di riferimento per il cittadino: prende in carico la persona, la orienta e costruisce un percorso di cura. Non interviene solo quando c’è un problema, ma accompagna nel tempo. È anche un facilitatore tra i servizi sanitari e sociali. Per esempio, può seguire un paziente fragile, monitorare la situazione e attivare altri professionisti quando serve. È un lavoro da ‘case manager’, che garantisce continuità e vicinanza”.
Può farci un esempio concreto di questo approccio?
“Ci è capitato di seguire un paziente in riabilitazione, una persona fragile. Ci siamo accorti di un problema, un gonfiore alle gambe, e abbiamo subito avvisato il medico di medicina generale. In pochi giorni è stato attivato un percorso urgente con il chirurgo vascolare. Noi abbiamo seguito tutto il percorso, accompagnando il paziente. Questo significa lavorare come infermieri case manager: non lasciare mai sola la persona”.
La Casa della comunità sarà anche un luogo di prevenzione?
“Assolutamente sì. Non vogliamo intervenire solo sulla malattia, ma aiutare le persone a restare in salute. Stiamo lavorando a incontri informativi per i cittadini, ad esempio per i pazienti diabetici sulla prevenzione del piede diabetico, oppure per chi soffre di ipertensione o insufficienza vascolare. C’è una forte collaborazione, da questo punto di vista, con il dipartimento di prevenzione che sarà presente nella struttura, e anche un impegno da parte nostra nella formazione continua del personale, soprattutto infermieristico, per sviluppare sempre nuove competenze”.
Bagnoregio – Inaugurazione della Casa della comunità – Egisto Bianconi, Daniele Sabatini, Francesco Rocca e Maria Cristina Natalizi
Quanto conta il legame con il territorio?
“È fondamentale. Qui ci conosciamo tutti, spesso anche per nome. Questo crea un clima di fiducia e collaborazione. La Casa della comunità funziona proprio grazie alla sinergia tra operatori sanitari, amministrazione locale, associazioni e cittadini. Come coordinatrice, il mio lavoro è anche quello di costruire relazioni e condivisione. E devo dire che abbiamo sempre trovato un grande sostegno, anche concreto, da parte del territorio. Partendo dal comune, stesso, sempre presente e pronto a intervenire fattivamente per qualsiasi nostra esigenza”.
Che aspettative ha per questa nuova sfida umana e professionale?
“Mi aspetto, insieme con le mie colleghe, di riuscire ad aiutare tante persone. Ma dobbiamo anche spiegare bene cosa è la Casa della comunità e quali sono le sue potenzialità. È una risorsa importante soprattutto per i pazienti cronici e fragili, perché permette una vera medicina di prossimità. Cittadini che prima erano costretti a spostarsi altrove, e che oggi, in moltissimi casi, possono trovare risposte qui, vicino a casa, con un percorso di cura continuo e personalizzato. Questo è il cambiamento più importante”.


